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Nel discorso del 7 ottobre 2001 con cui annunciava l’avvio delle operazioni militari in Afghanistan, il Presidente George W. Bush citò esplicitamente per il loro supporto la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia, la Germania e la Francia, ma non l’Italia, per il semplice motivo che nei giorni precedenti il ministro Martino aveva negato la disponibilità di truppe e mezzi italiani, come pure sarebbe stato tecnicamente fattibile. Peraltro, dopo un anno il nostro Parlamento autorizzò la nostra partecipazione alle operazioni, che si concretizzò nella missione Nibbio, con l’invio nella regione di Khost nel febbraio del 2003 di 1000 uomini su base del 9° Rgt alpini della Taurinense, avvicendati a giugno dal 187° Rgt paracadutisti della Folgore; quindi l’impegno militare, importante, ci fu, ma le titubanze politiche non consentirono di incassarne i dividendi né sul piano politico, né su quello dell’immagine.

È una storia esemplare che purtroppo nella storia nazionale si ripete sovente, a partire dall’operazione Desert Shield nel 1991, quando i nostri Tornado si unirono alle operazioni solo a partire dal secondo giorno.

Le successive vicende politiche interne hanno progressivamente aggravato la situazione, nonostante l’impegno esemplare del nostro strumento militare e la crescente afasia del nostro governo, l’attuale e il precedente, sugli scenari internazionali ci ha portato ad una pericolosa irrilevanza che non ci evita affatto i rischi, ma che in pratica ci vede esclusi da qualsiasi tavolo in cui si elaborano le strategie delle coalizioni di cui facciamo parte.

Quello che sta accadendo nelle due principali situazioni di crisi che ci vedono oggi coinvolti è esemplare. In Iraq l’Italia offre il secondo contingente in termini numerici dopo gli Usa, quasi mille unità con ruoli diversi, che vanno dalla ricognizione aerea, al rifornimento in volo, all’addestramento delle forze di sicurezza e di quelle di polizia irakene, a fronte, ad esempio, dei 160 militari tedeschi; pure, dopo l’operazione con cui è stato ucciso il Gen. Soleimani il Segretario di Stato Pompeo ha avvertito la necessità di contattare varie capitali, tra cui Berlino, ma non Roma; la cosa non sembra avere sconvolto più di tanto i nostri governanti che, nei ritagli di tempo e di energie lasciato dalle estenuanti diatribe sugli affari interni, dalla tassa sulle bevande zuccherate alla crisi Alitalia, ogni tanto lanciano uno sguardo distratto a quanto accade al di fuori del confini nazionali, salvo poi farsi prendere dal panico e reagire o con altisonanti dichiarazioni che richiamano a sacrosanti principi evangelici, ma che non trovano ascolto, o ad azioni di puro scopo mediatico – un esempio il maldestro tentativo dell’8 gennaio di fare incontrare a Roma al-Sarraj con Haftar – che non hanno nessun valore politico aggiunto e danno evidenza di uno sterile velleitarismo. Fa anche sorridere il pressante richiamo all’Unione Europea perché si assuma delle responsabilità, quando proprio sull’Ue si è sparlato fino all’altro ieri.

Il risultato di tutto ciò è che Roma è sostanzialmente fuori da tutti i giochi, anche da quelli che le interessano più da vicino (che ne sarà della posizione, oggi dominante, di Eni in Libia, quando Erdogan avrà messo definitivamente le mani sulla Tripolitania?) e viene bellamente ignorata anche quando dà un contributo importante alle missioni di stabilizzazione cui partecipiamo. Forse a qualcuno non importa più di tanto, ma credo invece che dovremmo essere tutti molto preoccupati.

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