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L’Italia ha ritrovato la bussola spaziale. Repubblica oggi spiega la “retromarcia dell’Italia nella corsa spaziale cinese”. Più che di marcia indietro, sembra trattarsi di un riallineamento della linea spaziale della Penisola dopo le deviazioni derivanti dai fascini orientali dell’era gialloverde. Una correzione di rotta, insomma, nell’ambito di un ancoraggio atlantico inevitabile a fronte della competizione a tutto tondo tra Washington e Pechino. Per comprendere come sia successo, è opportuno ricostruire gli eventi degli ultimi mesi.

FASCINI ORIENTALI

La questione è esplosa alla fine dello scorso marzo. Nell’ambito del discusso memorandum firmato da Giuseppe Conte e Xi Jinping, l’Agenzia spaziale italiana (Asi) siglava un protocollo d’intesa con l’omologa cinese (Cnsa) per il lancio di un secondo satellite finalizzato a esplorare la possibilità di prevedere i terremoti dallo spazio (Cses-02). Era la certificazione di un rafforzamento della cooperazione in campo spaziale, pronta ad allargarsi a un progetto ben più ambizioso. Già nel 2018, dal Comitato interministeriale per le politiche spaziali (il Comint, che a palazzo Chigi riunisce i dicasteri coinvolti nel settore) era infatti arrivato il via libera a valutare la partecipazione italiana alla nuova stazione spaziale cinese, la Tiangong-3, il cui lancio è tuttora previsto nel 2022, punta di diamante delle ambizioni (complete) di Pechino oltre l’atmosfera. Sarebbe stata la Cina a identificare la costruzione di un modulo abitativo da parte dell’industria italiana, a fronte dell’esperienza da essa acquisita sulla Stazione spaziale internazionale. La prospettiva è stata ribadita negli Indirizzi di governo in campo spaziale, siglati da Conte due giorni dopo al memorandum con Xi, nei quali si legge che “è in trattazione da tempo una collaborazione nell’ambito della futura Stazione spaziale modulare cinese”.

L’INTERESSE PER ARTEMIS

Tutto bene, se non fosse che nel frattempo si rafforzava anche l’interesse a salire a bordo di Artemis, il programma elaborato dagli Stati Uniti per tornare sulla Luna entro il 2024. La volontà di partecipare veniva anch’essa certificata negli Indirizzi di governo, ben supportata da due fattori: le eccellenze italiane in campo scientifico e industriale, e la consolidata relazione con gli Stati Uniti. Nel 1964, l’Italia fu il terzo Paese al mondo a spedire un satellite in orbita, e lo fece proprio dagli Usa. Quel legame fu rafforzato nel tempo, fino allo storico accordo tra Agenzia spaziale italiana (Asi) e Nasa relativo alla fornitura italiana dei moduli pressurizzati (Mplm) per la Stazione spaziale internazionale (Iss), in cambio dei quali i nostri astronauti hanno avuto un accesso privilegiato alla piattaforma orbitante. Legittime dunque le aspirazioni a proseguire tale collaborazione, ma difficile immaginarle sostenibili andando intanto a braccetto con il Dragone.

LA PROSPETTIVA DAGLI USA…

D’altra parte, oltre all’apertura a partner e alleati per partecipare ad Artemis, da oltreoceano sono sempre arrivate indicazioni chiare. Rispetto all’impostazione adottata con l’Iss (su cui gli americani hanno collaborato anche con i russi), il nuovo approccio a stelle e strisce ha le forme dell’America first di Donald Trump, e dunque del carattere della competizione geopolitica. Si inserisce nel confronto a tutto tondo con la Cina, visione che trova conferma proprio nei piani ambiziosi di Pechino, spesso sovrapponibili a quelli della Nasa (entrambi hanno scelto ed esempio il polo sud lunare quale destinazione di approdo). E così, i Paesi a cui l’amministrazione Trump ha rivolto lo sguardo per Artemis sono stati quelli occidentali, gli alleati della Nato (con poche aggiunte), così da garantire una connotazione chiara di alleanza. Lo ha chiarito a più riprese il vice presidente Mike Pence, che presiede il National Space Council e che ha invitato “alleati e partner” a “far progredire insieme la conoscenza umana nello spazio” evidenziando tuttavia che l’invito a salire sui nuovi programmi americani è rivolto alla “nazioni che amano la libertà”. Ciò comporta, per chi desidera aderire, la consapevolezza di una scelta di campo, la stessa che gli Stati Uniti chiedono per temi come 5G e F-35.

…E L’ATTENZIONE RICHIESTA

Il quadro era chiaro da tempo. Non a caso, pochi giorno dopo la firma del memorandum tra Conte e Xi, l’allora commissario straordinario dell’Asi Piero Benvenuti notava che la collaborazione con i cinesi “è importante ma delicata, perché non vogliamo rovinare i rapporti con la Nasa”. Da Washington, aggiungeva, era già arrivata “la preoccupazione relativa a trasferimenti tecnologici a loro non graditi; e questo è il livello di attenzione che dovremmo mantenere”. In particolare, allora come, negli Stati Uniti si temono scambi scientifici che aumentino la competitività di Pechino, trasferimenti che agevolino l’avanzamento tecnologico della sua industria e azioni predatorie che incrementino la sua influenza globale. Tanto più che le prospettive di salire a bordo del programma Artemis riguardano per l’Italia le competenze nel campo dei moduli abitativi, gli stessi che piacciono ai cinesi.

IL CAMBIO DI GOVERNO

A metà luglio, nell’ambito degli eventi per il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna, un evento a Villa Taverna organizzato dall’ambasciatore Lewis Eisenberg confermava la speciale relationship spaziale tra Italia e Stati Uniti, compresi i piani per il programma lunare. Vi partecipavano il segretario del Comint Carlo Massagli e il presidente dell’Asi Giorgio Saccoccia. Restava però il nodo cinese. Il mese successivo, cadeva il governo giallo-verde. Il 5 settembre, l’era del Conte 2 si apriva con un forte atto simbolico sul piano internazionale: nel primo consiglio dei ministri, sulla scia degli avvertimenti americani, l’esecutivo deliberava l’esercizio dei poteri speciali su alcune delle notifiche presentate da Fastweb, Linkem, Tim, Vodafone e Wind in relazione ai contratti di fornitura stipulati con fornitori di tecnologia 5G, tra i quali figuravano anche le cinesi Huawei e Zte.

LA DELEGA A FRACCARO

A fine settembre si sanciva anche il cambio di consegne in campo spaziale, con la delega per il settore consegnata da Conte al sottosegretario Riccardo Fraccaro. Allora, l’attenzione era tutta per la preparazione “dell’appuntamento dell’anno”, la ministeriale dell’Agenzia spaziale europea (Esa) che, nel giro di due mesi, si sarebbe tenuta a Siviglia con l’obiettivo di ridefinire lo spazio del Vecchio continente. In secondo piano si muoveva però l’altrettanto rilevante sfida strategica tra Stati Uniti e Cina, comprendente non solo il settore spaziale. Poco a poco, perdevano di forza i fascini orientali, mentre si consolidavano i rapporti con l’alleato d’oltreoceano.

IL RAPPORTO L’ALLEATO AMERICANO

Un paio di settimane dopo la delega a Fraccaro, si è tenuto alla Standford University, in California, l’Italy-Usa Innovation Forum, con una sessione specifica dedicata all’innovazione in campo spaziale. A guidare la delegazione italiana c’era il ministro Paola Pisano, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella che aveva prima incontrato Donald Trump alla Casa Bianca. Dopo una decina di giorni, a margine dell’International Astronautical Congress (Iac) di Washington, l’Asi ha siglato una dichiarazioni d’intenti con la Nasa, finalizzata a identificare le aree di possibile collaborazione scientifica e tecnologica tra le due agenzie nell’ambito del programma lunare. Si formalizzava l’intenzione di stabilire “una cooperazione bilaterale di lunga durata”, con il nostro Paese pronto a lavorare su moduli abitativi, ma anche su altri settori, dai nano-satelliti alla biomedicina. Il sottosegretario Fraccaro spiegava che l’intesa “consentirà di rafforzare i rapporti bilaterali esistenti sul piano scientifico e dell’esplorazione umana”.

STORIA RECENTE

A metà novembre, dalla US-China Commission del Congresso americano arrivava un ulteriore avvertimento: la nuova Via della seta arriva fino allo Spazio; percorrendola, la Cina vuole sostituire gli Stati Uniti anche oltre l’atmosfera. Negli stessi giorni, dalla prima riunione del Comint presieduta da Riccardo Fraccaro, è arrivato il Documento strategico di politica spaziale nazionale (dal complesso acronimo Dspsn), utile soprattutto a definire le linee prioritarie per la partecipazione alla ministeriale Esa che si sarebbe tenuta due settimane dopo. In quell’occasione, si leggeva sulla nota di palazzo Chigi, veniva però approvata anche “la delibera che definisce le linee politiche per la cooperazione con la Cina relativamente alla Stazione spaziale cinese e la partecipazione italiana al programma lunare della Nasa”. È qui che si sarebbe definita la “retromarcia” italiana rispetto alla Cina, mantenendo comunque la collaborazione su programmi specifici. Poi, a fine novembre, un ulteriore segnale nell’agguerrito consiglio ministeriale Esa di Siviglia: l’Italia ha ottenuto la guida per il modulo I-HAB del Lunar Gateway, il primo passo (americano) per il ritorno sul satellite naturale.

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