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Lavorare sulla domanda interna conviene, sempre. Il vantaggio sta nel compensare, per esempio, momenti di debolezza nella congiuntura internazionale che possono incidere negativamente sull’economia domestica. Questo, in sintesi, il senso di un paper diffuso oggi dal Centro Studi di Confindustria. La conclusione è questa: uno spostamento verso un più ampio ruolo della domanda interna è fondamentale per l’economia di un Paese, perché dà crescente importanza alla dimensione del singolo sistema economico “e alla sua capacità di implementare politiche economiche (e industriali) attive”.

OCCHIO ALL’ESTERO

Che cosa fare in caso di ridimensionamento del contributo che il canale estero può portare alla crescita di un’economia avanzata? Secondo gli autori del paper, Cristina Pensa, Livio Romano e Fabrizio Traù, i problemi strutturali da affrontare in questa prospettiva sono almeno tre. “Il primo è naturalmente la dimensione del mercato interno, ovvero la misura in cui la domanda domestica è in grado di sostenere il graduale sviluppo di un’offerta manifatturiera. Questo dato discrimina le economie manifatturiere in senso orizzontale, ovvero avvantaggia quelle più grandi e svantaggia quelle più piccole. Il secondo è la misura di quanto diventa stringente il vincolo estero all’aumentare della domanda interna, ovvero l’elasticità delle importazioni al reddito mentre il terzo è il fatto che i consumi sono una funzione variabile del reddito (disponibile), ovvero il loro ammontare assoluto dipende da una propensione alla spesa che è influenzata dalle aspettative. Lo stesso vale per gli investimenti. E qui il contesto internazionale che si va delineando – connotato come si è detto da un deterioramento delle prospettive di crescita – svolge per tutti un ruolo inevitabilmente negativo”.

IL RUOLO DEI GOVERNI

Proprio a partire da questo aspetto emerge una quarta dimensione del problema, che riguarda la misura in cui i governi mettano in campo interventi necessari a compensare un deterioramento del contributo estero, sotto forma di export. “Le dimensioni del mercato interno (e gli stimoli introdotti da politiche economiche anticiliche)”, scrivono gli esperti, “hanno rappresentato l’argine che ha consentito per esempio a Cina e India di attraversare la recessione globale seguitando a crescere a ritmi sostenuti. Nell’ambito asiatico Cina, India e Indonesia dispongono in prospettiva di un grande potenziale di domanda interna (oltre 1,3 miliardi di abitanti Cina e India, 264 milioni in crescita costante l’Indonesia), in grado di alimentare uno sviluppo endogeno della base industriale per molti anni a venire – anche se non con lo stesso tasso di crescita sperimentato in passato grazie alle dimensioni della domanda proveniente dal Nord del mondo”.

INVESTIMENTI PUBBLICI CERCASI

Ora, la medicina domestica a un’anemia estera è essenzialmente una: gli investimenti pubblici. “La componente di gran lunga più rilevante di questi interventi è data dagli investimenti pubblici, ma conta ovviamente moltissimo anche quanto viene messo in campo per favorire l’espansione di quelli privati. Conta cioè la politica industriale. Il complesso di questi problemi discrimina dunque i diversi sistemi economici in ragione delle loro caratteristiche strutturali (dimensioni assolute, grado di articolazione dell’offerta interna, ruolo più o meno attivo della politica economica). Ne derivano differenze importanti in termini della forza con cui affrontare il cambiamento in questione. Grandi paesi come Stati Uniti e Cina sono sistemi in cui le enormi dimensioni del mercato interno garantiscono comunque la copertura potenziale dell’offerta locale, cosa che a sua volta favorisce anche un ampio grado di articolazione dell’offerta manifatturiera, e in cui soprattutto è eccezionalmente attiva, se pure in forme diverse, la politica industriale. Questi paesi dispongono dunque di leve importanti”.

Puntare al mercato interno conviene. Parola di Confindustria

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