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È da settimane che proteste e scontri infiammano le piazze in Iran, ancora una volta, dopo l’annuncio dell’aumento del prezzo della benzina. Il bilancio è difficile da fare con precisione, dato il blocco quasi totale di internet e delle comunicazioni imposto dalle autorità. Per Amnesty International almeno 106 persone hanno perso la vita, mentre le Guardie della rivoluzione islamica sostengono di avere spento le manifestazioni in quasi tutte le città grazie all’azione rapida delle forze dell’ordine. Ma per l’Unione europea “le sfide socioeconomiche dovrebbero essere affrontate attraverso un dialogo inclusivo e non con l’uso della violenza”, come si legge nella dichiarazione del portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae): “Ci aspettiamo che le forze di sicurezza iraniane esercitino la massima moderazione nella gestione delle proteste e che i manifestanti dimostrino pacificamente. Qualsiasi violenza è inaccettabile”.

UNA PROTESTA, TANTE CAUSE

Da quello che si riesce a percepire, in un primo momento, alla base delle proteste, c’è stato il malcontento economico aumentato negli ultimi mesi.

Ma la situazione non è nuova. In una conversazione con Formiche.net, Francesca Manenti, senior analyst del Centro Studi Internazionali (Cesi), ha ricordato come solo un anno fa le proteste avessero infiammato l’Iran a macchia di leopardo: “Le condizioni economiche in questi ultimi 12 mesi non sono certamente migliorate, anzi. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica hanno chiuso una serie di sbocchi che davano respiro a quelle che potevano essere delle prospettive di recupero delle casse iraniane. Il fatto che nelle previsioni di budget il governo iraniano abbia calcolato in ‘zero’ gli introiti dell’export del petrolio per l’anno prossimo ha inevitabilmente portato l’esecutivo a dover trovare delle soluzioni alternative per cercare di garantire una sostenibilità economica al Paese”. Ed è così che si è arrivati all’innalzamento del prezzo della benzina, una misura economica che impatta direttamente sulle condizioni e sulla qualità di vita della popolazione.

Sul terreno di questo malcontento sociale ci sono però diversi tipi di rivendicazioni. “Se in passato le manifestazioni erano rivolte contro il governo del presidente Hassan Rouhani, questa volta – spiega Manenti – le critiche si sono mosse a 360°. Ci sono stati casi in cui le piazze incitavano non solo ad un cambio del governo, ma hanno messo in discussione l’intero sistema istituzionale iraniano”.

Una situazione, questa, che è stata in un certo senso anche capitalizzata da alcuni gruppi di opposizione del Paese per mettere ancor di più con le spalle al muro il governo e guadagnare del terreno sul piano politico. “Inevitabilmente, come spesso accade quando si cerca di utilizzare la piazza per le rivendicazioni politiche, gli esiti non sono sempre certi”, sostiene l’analista. “E”, aggiunge, “si è innescata una crisi che ha portato alla manifestazione di diversi elementi di malcontento in modo uniforme in tutto il Paese”.

UN FUTURO (ECONOMICO) GRIGIO

Riguardo il futuro economico dell’Iran, le prospettive non sono particolarmente incoraggianti a breve temine. Per Manenti “quello su cui contava moltissimo il governo di Teheran era poter spingere su una riapertura dei canali commerciali con l’estero, e soprattutto con i Paesi europei, per andare a sostanziare quella che doveva essere una ripresa economica a tutti gli effetti, in primis attraverso l’inizio di una nuova stagione di export del petrolio”. Con la fine dell’accordo nucleare con gli Stati Uniti, e la re-imposizione delle sanzioni, non solo primarie ma soprattutto secondarie da parte di Washington, queste speranze sono svanite.

“Il fatto che ci siano degli effettivi problemi per l’Iran nell’instaurare dei rapporti commerciali con l’estero – rimarca l’analista – riduce drasticamente le possibilità di ripresa dell’economia. Questo porta il governo a fare delle scelte particolarmente conservative in politica economica […] Innalzare il prezzo della benzina con l’obiettivo di utilizzare il ricavato per elargire quelli che potrebbero essere dei sussidi per la popolazione non sembra essere una scelta particolarmente premiante in questo momento”.

L’UNIONE EUROPEA E GLI USA

Circa le opinioni della comunità internazionale, Manenti sottolinea che “l’Unione europea ha invitato il governo iraniano a trovare una risoluzione pacifica delle manifestazioni […] L’utilizzo della violenza non è ammissibile da parte di Bruxelles”.

Per quanto riguarda, invece, l’eventuale ruolo degli Stati Uniti, l’analista considera che “non è possibile andare a puntare il dito contro attori esterni quando le manifestazioni sono nate come segno di una protesta percepita effettivamente da parte della popolazione”.

Vi spiego cosa infiamma l’Iran. Parla Manenti (Cesi)

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