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Corre troppo chi dà per scontato lo scoppio di una guerra fra Stati Uniti e Iran. Il raid dell’aviazione americana che ha ucciso il generale e comandante delle Forze Quds Qasem Solemaini, dice a Formiche.net Ahmad Rafat, giornalista iraniano, a lungo corrispondente e poi vicedirettore di Adnkronos International, ha spazzato via una figura di grande popolarità nella Repubblica Islamica, ma non amata da tutti. E non è da escludere che la Guida suprema Ali Khamenei, a dispetto delle minacce di vendetta, sia disposta a fare, ancora una volta, un passo indietro.

Rafat, chi era Soleimani per l’Iran?

Il pubblico in Iran è sempre stato diviso sulla sua figura. Per una parte della società, a dire il vero sempre più minoritaria, era un eroe che ha contribuito a estendere l’influenza iraniana nella regione. Altri lo criticavano per l’attivismo della sua Forza Quds, con cui ha attirato sull’Iran l’ira degli Stati Uniti e soprattutto le sanzioni che hanno aggravato l’economia del Paese.

Molti iraniani lo considerano una figura eroica.

Godeva di questa fama anche fra i suoi oppositori. Gran parte degli iraniani considera il Paese la guida naturale dell’intera regione. Questo ruolo, perduto con la rivoluzione khomeinista quarant’anni fa, è stato recuperato da Soleimani, che ha rafforzato Hezbollah, aiutato gli yemeniti, inviato truppe in Iraq, in poche parole ha ridato all’Iran un ruolo.

È già stato sostituito. Dal suo vice, il generale Esmail Ghaani.

Un personaggio poco conosciuto. Faceva da raccordo fra le Forze Quds e il comando generale dei Pasdaran, cercando di mediare i frequenti attriti che si creavano fra questi due corpi.

Ora cosa succede?

Non è semplice fare previsioni. Una parte consistente delle Forze Quds opera al di fuori dei confini iraniani.

C’è la possibilità di una guerra frontale?

Non ci sarà una dichiarazione di guerra, perché da una guerra l’Iran uscirebbe perdente. Khamenei lo sa bene, e infatti ha detto nei giorni scorsi di volerla evitare. La morte di Soleimani non cambia la strategia: quando si tratta della propria sopravvivenza, l’Iran è sempre disposto a bere l’amaro calice.

Eppure l’allerta è massima.

L’Iran farà quello che fa da decenni. Combattere al di fuori dei propri confini, sacrificando altri popoli, nazioni, milizie. I Servizi segreti iraniani potrebbero scatenare una serie di attacchi terroristici. Dispongono della collaborazione di cellule terroristiche sciite e sunnite. Alcune di queste sono dormienti in Europa e potrebbero svegliarsi.

Quale può essere impatto sulla strategia di Khamenei?

La morte di Soleimani mette la Repubblica islamica di fronte a un bivio. Può proseguire la politica di scontro con americani, sauditi e sunniti nella regione oppure può sfruttare questo momento per abbassare la tensione. Non sarebbe la prima volta.

Cioè?

Khamenei lo ha sempre fatto. In fondo è un concetto contenuto nel Corano. “Takya”, la dissimulazione: si può mentire, dire una bugia, se serve a salvaguardare l’Islam e la Repubblica Islamica. Quando Khamenei accettò la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla guerra con l’Iraq parlò non a caso di “retrocessione eroica”. E quando l’Iran ha ratificato l’accordo sul nucleare nel 2015 (Jcpoa, ndr) ha ammesso di aver “bevuto una coppa di veleno”.

Che impatto stanno avendo le sanzioni americane sull’economia di Teheran?

Un impatto enorme. Mercoledì scorso Rohani, incontrando alcuni elettori che gli chiedevano se l’inflazione sarebbe rimasta sopra il 10%, ha risposto che quelle erano le promesse per i tempi di pace e che ora il Paese è in guerra.

La produzione petrolifera non basta?

Non più. In Iran il Capodanno è il 21 marzo. Ora il governo sta presentando al Parlamento la legge finanziaria. Mancano due terzi del bilancio, cioè tutto quello che proveniva dall’export di petrolio e derivati. La produzione è passata da 2 milioni a 200mila barili al giorno. Ormai anche il governo ammette che nessuno dei Paesi confinanti, eccetto la Cina, compra il petrolio iraniano.

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