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Avviso ai naviganti: non è tanto Renzi a rendere evidente il fatto che il governo è malfermo sulle gambe, a fare questo effetto sono le razioni scomposte alle parole di Renzi. Mi spiego meglio (o almeno ci provo), cominciando proprio da Renzi stesso.

Tra agosto e settembre l’ex premier compie un doppio “salto mortale”, intitolandosi prima la nascita del governo giallo-rosso (quindi ribaltando la sua storica posizione di avversione irriducibile al M5S) e poi lasciando il Pd per dare vita ad una nuova formazione politica (progetto inevitabile per lui e rimandato più volte in passato).

È quindi ben evidente a tutti l’impetuosa fase “movimentista” che lo caratterizza, sublimata nel confronto TV da Bruno Vespa con Matteo Salvini. Inoltre il lancio di Italia Viva richiede una forte capacità di stare al centro del ring, soprattutto perché l’elettorato potenziale è tutto nell’area moderata-borghese, di cui ai numerosi richiami identitari verso i simpatizzanti (che furono) di Forza Italia.

Ecco quindi il Renzi che abbiamo (e che avremo davanti): per nulla disposto a diventare prudente, per nulla disposto a tacere, decisamente propenso ad alzare la voce su ogni argomento. Anche perché il carattere dell’uomo ci è ormai noto e comprende due aspetti essenziali che riguardano il passato ma anche il futuro.

Primo: si reputa l’unico in grado di fronteggiare l’altro Matteo. Secondo: non vede figure migliori di sé per la guida del governo. Fin qui siamo a Renzi, che però non può essere preso a spicchi, scegliendone solo le parti gradite.

Cerco di essere più chiaro: Renzi è Renzi e non puoi dire che ti sta bene quando (dalla sera alla mattina) passa dall’essere il nemico mortale dei grillini a primo sponsor del Conte bis ma non ti sta bene quando dice che il governo in carica può anche cambiare con la stessa maggioranza, perché se ragioni così vivi fuori dalla realtà politica italiana, navigando in un luogo metafisico che nemmeno Heidi riconoscerebbe come verosimile.

Ma insomma, come può il M5S dire che questo è certamente l’ultimo governo della legislatura dopo essere passato senza colpo ferire dall’accordo con la Lega a quello con il Pd, segno di una volontà ferrea tutta centrata su un solo punto, cioè stare in maggioranza? E come può il Pd affermare che se cade il Conte bis si va a votare dopo avere cambiato tre premier (tutti del Pd) nella legislatura conclusa lo scorso anno?

Veniamo allora al punto centrale di questa vicenda, che riguarda i quattro protagonisti della sciagurata fotografia di Narni, cioè Conte, Di Maio, Zingaretti e Speranza.

Loro sono i protagonisti di questa esperienza di governo (insieme a Renzi e Franceschini, quest’ultimo decisivo per gli equilibri nel Pd), ma proprio loro sono a tutti gli effetti “personaggi in cerca d’autore” (in fondo Pirandello scrive un dramma sulla solitudine), perché ognuno si ritrova dentro panni che ancora non riesce ad indossare con serenità.

C’è il premier Conte che non ha in questo governo il ruolo di “pontiere” apprezzato da tutti che ha potuto esercitare per un anno tra Salvini e Di Maio, con conseguente calo brusco nelle rilevazioni sul consenso personale. C’è lo stesso Di Maio che vive stretto nella morsa tra un ruolo di governo ridimensionato (in termini di potere reale) e la crisi di consensi che vive il movimento, precipitato al 7% nelle recenti elezioni in Umbria. C’è Zingaretti che guarda con ansia crescente al voto di gennaio in Emilia Romagna, dove una sconfitta segnerebbe in modo drammatico la sua segreteria. E c’è Speranza che interpreta un’area di sinistra-sinistra dentro un governo esposto a mille tempeste (e comunque guidato da un moderato post-democristiano come Conte ed esposto alle scorrerie del detestato Renzi).

Insomma nessuno ha messo a fuoco il proprio compito in questo governo, nessuno ha chiaro cosa deve fare.

Il risultato è “plasticamente” (!!!) reso evidente proprio dalla “plastic tax”, che vede primo ed inamovibile contestatore proprio quel presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini sulla cui rielezione il Conte bis si gioca la capoccia.

E allora, veniamo al dunque. Renzi è quello che è: gli italiani giudicheranno non appena avranno occasione per esprimersi. Ma l’allegra brigata giallo-rossa la smetta di caricare su di lui colpe che sono assai più diffuse.

Come dice il proverbio, le bugie hanno le gambe corte.

Un governo in cerca d'autore

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