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Ma il presidente Trump è stato davvero totalmente esonerato? Chiede Jerry Nadler, democratico che guida la Commissione Giustizia della Camera dove oggi è andata in onda la deposizione sotto giuramento dello special counsel Robert Mueller, che il dipartimento di Giustizia aveva incaricato di condurre il Russiagate, l’inchiesta sulle interferenze russe durante le presidenziali del 2016, le potenziali collusioni tra il Team Trump e i russi e le eventuali azioni della Casa Bianca per mettersi successivamente di traverso al corso delle indagini precedenti.

LA RISPOSTA DI MULLER

“No” risponde Muller, che era molto poco intenzionato a recarsi a testimoniare davanti ai congressisti, ma è stato forzato dai Democratici che controllano l’aula attraverso la procedura del subpoena, con la quale si impedisce a un testimone convocato di tirarsi indietro. Per il procuratore era sufficiente il rapporto presentato a marzo, 448 pagine in cui “abbiamo scelto tutte le parole” ha dichiarato: “La mia testimonianza è il rapporto”, ha detto con a fianco a sé il suo numero due, Aaron Zebley, la cui presenza in aula è stata ottenuta all’ultimo minuto da Mueller – facendo infuriare Trump, è “un democratico Never-Trumper” accusa – come assistente muto, con cui però condividere prima le risposte (tutte secche, a volte monosollabi, molti “non possono approfondire” perché il dipartimento gli aveva chiesto di attenersi al rapporto e non fornire ulteriori rivelazioni pubbliche).

E infatti già nel Mueller-Report c’era scritto nero su bianco che c’erano prove a sostegno dei tre filoni indagati, ma non sufficienti per procedere. Trump non era stato scagionato, ma Mueller aveva ritenuto impossibile portare più avanti l’indagine – durata quasi due anni – perché la Costituzione non gli avrebbe permesso di indagare il presidente e perché “l’ufficio di consulenza legale del dipartimento di Giustizia che dice che non è possibile incriminare un presidente in carica” (gli ha chiesto esplicitamente il deputato di origini taiwanesi Ted Liu, e Mueller ha risposto “corretto”, ma poi ha spiegato che comunque non ha prove definitive sulle colpevolezze del presidente). Aveva passato per questo la palla al Congresso, che per approfondire avrebbe potuto aprire la procedura dell’impeachment – che non è un processo giudiziario, ma politico.

“Trump potrebbe essere incriminato quando lascerà la Casa Bianca”, ha detto oggi il procuratore, per chiarire ulteriormente la situazione, ma pare una risposta più tecnica che basata circostanze reali: “Il governo russo interferì nelle nostre elezioni in modo vasto e sistematico”, e ancora, con una doppia negazione, ha ribadito che il rapporto non conclude che il presidente non abbia commesso ostruzione alla giustizia. Trump cavalcherà nei prossimi giorni le deposizioni odierne – due, perché Mueller dopo aver risposto per tre ore alle domande della Giustizia, passa per altre due ore alla Commissione Intelligence – nello stesso modo con cui quattro mesi fa guidò la narrazione dopo la presentazione del rapporto. “No collusion!” dice il presidente, che attacca i democratici, e in parte anche Mueller, di usare la vicenda a fini politici. “Witch Hunt!”, cacce alle streghe, twitta – anche se aveva promesso che avrebbe seguito la deposizione distrattamente, ma in realtà avrebbe l’agenda libera per tutta la mattina (ora di DC).

UN ARGOMENTO STANCO

In parte è un punto in cui non sbaglia del tutto a battere. Il partito democratico ha una piattaforma politica debole: tanti candidati, molto differenti, nessuno al momento in grado di poter battere il presidente in carica nella corsa per la riconferma per il 2020. Il Russiagate è ormai un argomento stanco: obliterato dallo storytelling con cui Trump è stato bravo a non scalfire minimamente il suo elettorato, e dall’impossibilità reale di produrre conseguenze (argomento che potenzialmente potrebbe interessare parte dei non-Trumpers o degli indecisi, ma ha pochi spazi per creare appeal, e nemmeno la big testimonianza di Mueller li crea).

Un’indagine quando il presidente tornerà a essere il magnate newyorkese che è, servirà a ben poco politicamente. E dall’altra parte l’impeachment è una storia che continuano a raccontare soltanto parti aggressive della componente congressuale democratica (quella che chiama Trump “motherfucker” e per questo a dire il vero riesce a farsi seguire da una fetta di elettorato sempre più polarizzato). Ma è un elemento che divide il partito, perché le posizioni più stabilizzate come quelle di Nancy Pelosi, la Speaker della Camera, e o del principale dei contender Joe Biden lo vedono come un terreno scivoloso in  cui meglio non avventurarsi – non passerebbe al Senato, controllato dai Repubblicani, e darebbe le carte migliori in mano a Trump.

Probabilmente nemmeno i Democratici speravano di tirare fuori qualcosa di pazzesco dalla testimonianza di Mueller – che è un funzionario molto esperto, per dodici anni direttore dell’Fbi compresi nei due anni buissimi dopo il 9/11, quando ricostruì il Bureau. E quanto lo show sia stato recepito positivamente da un elettorato in cerca di tante risposte, non solo quelle sulla Russia, saranno i sondaggi dei prossimi giorni a dircelo. Il colpo migliore l’ha tirato il chairman della Commissione Intelligence della Camera, Adam Schiff, ottenendo forse l’unico punto per il suo partito quando ha portato Mueller a rispondere affermativamente a una dichiarazioni in cui ha affermato che il Team Trump era a conoscenza dell’interferenza russa. Ma sarà bastato a infiammare il cuore dei Democratici?

Mueller, niente di nuovo sul Russiagate e Trump (male per i Dem)

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