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L’Europa o meglio le sue istituzioni non finiscono mai di stupire. Un evidente paradosso si è realizzato nelle scorse settimane sulla vicenda, divenuta nota, della sentenza del Tribunale dell’Ue che ha reputato legittimo l’intervento del Fondo interbancario nel salvataggio dell’italiana Banca Tercas. Molto si è parlato della sostanza di quella sentenza mentre sono passate in secondo piano le valutazioni politiche sulla credibilità di alcune istituzione europee e sui danni che queste e il loro approccio tecnocratico e di parte hanno prodotto o possono produrre sul sistema economico.

La burocrazia europea, istituzionalmente preposta alla gestione e risoluzione dei problemi, a prevenire danni, a rendere più efficace il libero e pieno svolgimento dell’economia – la libera concorrenza, nel caso in questione – quella burocrazia, il cui funzionamento richiede ingenti costi che ricadono sulle tasche dei contribuenti europei, si è tramutata, almeno su questa vicenda, nel suo esatto contrario: “una fabbrica” di problemi e danni. La decisione del Tribunale Ue è davvero importante e non soltanto perché fa giustizia all’Italia e al sistema delle banche del territorio che, su questo campo, sono le più vulnerabili, ma appunto perché serve a far riflettere sulla distanza tra quello che le istituzioni sono e quello vorrebbero o dovrebbero essere.

Nel merito è tutto chiaro. Dalla sentenza il concetto di aiuto di Stato viene profondamente ridisegnato e, indirettamente, si sollecita a rimettere mano alla regolamentazione bancaria e al sistema di Vigilanza accentrata, nonché alla modalità di definizione delle crisi degli istituti di credito ridando piena legittimità all’utilizzo dei Fondi interbancari. Tutto questo è, naturalmente, un bene. Resta invece aperto – e non può certo risolverlo un tribunale – un enorme problema politico: quello della serietà e della credibilità delle istituzioni europee nel loro complesso, perché se il Tribunale dell’Unione ne esce rafforzato avendo dato prova di reale indipendenza, lo stesso non può dirsi della Commissione per la concorrenza.

Anche perché non è certo stato esemplare il comportamento successivo alla sentenza. La Commissaria europea sulla Concorrenza, la danese Marghrete Vestager, invece di prendere atto della sentenza del Tribunale Ue con la quale i giudici di Lussemburgo hanno sancito che la sua Commissione, bloccando la possibilità di utilizzare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare Banca Tercas, ha operato in modo illegittimo, si è lanciata in una ulteriore mistificazione della realtà e non soltanto non ha chiesto scusa – ma chiedere scusa in politica non è certo consueto – e non ha iniziato a immaginare e proporre adeguate misure risarcitorie ma, addirittura, ha tentato di scaricare il proprio “errore”, e quello della Commissione da lei presieduta, sulla Banca d’Italia.

Questo maldestro tentativo di de-responsabilizzazione lascia il tempo che trovas, anche se l’“errore” ha prodotto danni enormi sia diretti che indiretti che non sono soltanto quelli economici della Banca Popolare di Bari che si assunse l’onere di salvare Banca Tercas e che, in seguito a quella sciagurata presa di posizione, ha subito una perdita di un miliardo nella raccolta oltre a incalcolabili danni reputazionali e di immagine. Non soltanto, successivamente non è stato più possibile ricorre al Fondo rendendo impossibile il salvataggio delle “quattro banche” (tre ex Casse di Risparmio e una Popolare).

Non soltanto uno strumento efficace e sperimentato, quale è appunto il Fondo, per affrontare le crisi bancarie che si basa sul principio della mutualità tra soggetti economici, liberi e privati, è stato impedito all’Italia proprio negli anni più duri per l’economia e per il sistema bancario, nei quali si sono manifestati tutti gli effetti della lunga crisi. Non soltanto, dunque, è stata consentita una pesante distruzione di ricchezza con costi, di ogni genere, certamente, ben più alti di quelli che ci sarebbero stati con l’intervento del Fondo. A tutto questo si aggiungono enormi danni di immagine e di credibilità per un’Europa reale che non gode, come è del tutto evidente, di ottima salute in tutti i Paesi che ne fanno parte o che vorrebbero addirittura uscirne. L’appuntamento elettorale di fine maggio è alle porte, la campagna elettorale di fatto è già in corso. I tecnocrati di Bruxelles sono impegnati alla propria riconferma con un atteggiamento che mette a dura prova la credibilità e la reputazione di quelle istituzioni. L’Europa, ancora una volta, ne esce malconcia ma chi paga i danni sulla propria pelle sono i mercati, le imprese, le banche, i cittadini, i contribuenti.

coronavirus, sommella, commissione europea

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