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“Sempre più spesso l’Irgc (Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche) si è concentrato operativamente sull’attacco agli interessi e agli alleati statunitensi e si spera – come Hezbollah – che altri attori internazionali seguano l’esempio degli Usa e riconoscano l’Irgc come un gruppo terroristico: le sue attività non mancano di certo”. Dal pericolo terrorismo in Iran alle elezioni in Israele, fino ad arrivare alla delicata situazione in Libia, Mitchell Belfer, presidente dell’Euro Gulf Information Centre ha analizzato in una conversazione con Formiche.net la fragile instabilità che coinvolge Medioriente e Nord Africa.

Gli Usa hanno inserito nella black-list dei terroristi l’Irgc iraniano. Da cosa deriva questa decisione e quali conseguenze potrebbe avere?

Si spera che anche altri attori internazionali seguano l’esempio degli Usa e riconoscano l’Irgc come un gruppo terroristico: le sue attività a dimostrazione del suo ruolo non mancano di certo. Naturalmente si potrebbe sempre tornare indietro se l’Iran mette fine alla sua politica di intervento e destabilizzazione dei suoi vicini, specialmente di quelli alleati degli Stati Uniti e dell’Europa come il Bahrein, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Il vero leader dell’Irgc è l’ayatollah Khameini e sollecitando le sue forze armate, gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di tarpare le ali della Repubblica islamica dell’Iran sulle sue ambizioni di consolidare la sua posizione nel Mediterraneo orientale e in tutto il Golfo arabo.

Cosa potrebbe accadere nello scenario internazionale dopo le elezioni israeliane (soprattutto in caso di cambiamento dell’esecutivo)?

Dato che l’avversario più temibile di Netanyahu è Benny Gantz, la politica israeliana e regionale è destinata a cambiare notevolmente. In primo luogo, se Netanyahu ha successo e mantiene la sua posizione di primo ministro, la sua coalizione potrebbe avere un’ulteriore virata a destra. Ciò potrebbe creare frustrazione nelle relazionicon il mondo arabo, anche nel Golfo, rendendo la pace con i palestinesi molto più difficile, se non impossibile. Inoltre, di fatto, in questo modo ci sarebbe una riconferma anche della controversa annessione del Golan. Un Netanyahu rafforzato diventerebbe anche più sicuro di sé stesso. In alternativa, una leadership di Benny Gantz probabilmente raggiungerebbe un più ampio consenso in Israele per riaccendere negoziati adeguati con i palestinesi e per sfruttare meglio la nuova influenza che Israele esercita nella regione ora che l’Iran è controllato dagli stati del Golfo Arabo, dalla Russia e dagli Stati Uniti. Gantz è un peso massimo per la sicurezza e non ci andrà leggero sulle disposizioni in materia di sicurezza. Ma, provenendo da formazione militare, conosce le conseguenze di una politica sconsiderata e sarà più cauto. Potrebbe essere dunque il tipo di leader giusto per incoraggiare un impegno più forte con il mondo arabo.

Cosa ne pensa della situazione libica? È possibile che l’avanzata di Haftar sia stata facilitata da un sostegno esterno? Quali aspettative per il futuro?

La Libia era in uno stato di calma apparente e ora Haftar si sta muovendo rapidamente per rompere l’impasse e consolidare una posizione di potere per i suoi miliziani di Misurata. Lo slancio è necessario. Mentre in precedenza l’Italia aveva cercato una soluzione più inclusiva, altri (Qatar, Turchia) hanno tentato di infondere alla politica nazionale un sapore islamista basato sui Fratelli Musulmani. Un tentativo comunque fallito. È giunto il momento che la Libia si stabilizzi e speriamo che quest’ultimo incontro produca gli ingredienti per farlo.

La ritirata dei militari Usa da Tripoli è un segnale di debolezza e di accondiscendenza ai piani di Haftar? In tal caso Washington rischia di rendere la Libia una nuova Siria (con Haftar come Assad manovrato dai russi)?

Penso che il ritiro degli Stati Uniti sia un’azione miope e rifletta la mancanza di consapevolezza strategica degli Stati Uniti su questo fronte. Non credo che una “nuova Siria” sia all’orizzonte. Ma, d’altra parte, la politica mediorientale è imprevedibile.

L’ultimo anno Donald Trump ha rassicurato il premier italiano Giuseppe Conte sul ruolo guida dell’Italia nel dossier libico. Secondo lei, l’Italia ha perso l’opportunità di gestire questo ruolo?

Non direi che l’Italia ha perso l’occasione, ma piuttosto che i libici se ne sono impadroniti da soli. Da quando i colloqui di Palermo, lo slancio si è spostato di nuovo alle stesse milizie libiche e il ruolo europeo è stato eclissato da allora.

Il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini ha chiesto all’Ue di respingere qualsiasi tentativo turco di aderire all’Ue. Poiché la Turchia è con Serraj, l’Italia non dovrebbe rivedere la sua posizione su questo tema?

La Turchia è una “wild card” in tutta la regione, ma le sue ambizioni sono piuttosto chiare: stabilire una presenza più forte utilizzando il denaro del Qatar e le organizzazioni dei Fratelli Musulmani. L’Italia e la Turchia sono d’accordo sulla leadership di Serraj, ma non erano d’accordo sul perché. Salvini ha ragione a respingere l’offerta di adesione della Turchia all’Ue… almeno fino a quando questa non cambierà il suo comportamento, in modo da non danneggiare gli interessi e i valori europei. E naturalmente, attraverso la cessazione dell’occupazione di Cipro, uno Stato membro dell’Ue.

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