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Secondo gli Stati Uniti e le Forze democratiche siriane (Sdf), lo Stato islamico (Isis, per semplificazione) non controlla più nemmeno un centimetro di territorio in Siria: “Barghuz è libera e la vittoria militare contro l’Isis è stata raggiunta”, ha scritto su twitter Mustafa Bali, portavoce di Sdf. E questo significa che la dimensione statuale della più importante organizzazione terroristica della storia è stata disarticolata. È la fine di questo capitolo di guerra contro il Califfato iniziato quasi cinque anni fa, ma è l’inizio di una lunga attività di counter-terrorism che dovrà passare da pratiche per il controllo della sicurezza, alla continua raccolta di informazioni di intelligence, fino al lavoro socio-politico tra la popolazione.

Da settimane era in corso la battaglia sull’ultima sacca di territorio siriano dell’IS, Baghuz, sul confine siro-iracheno, portata avanti dalle forze curdo-arabe Sdf in cooperazione con un gruppo di forze speciali americane e l’assistenza dall’alto dei velivoli della Coalizione internazionale a guida americana. La resistenza baghdadista era stata ostinata, la tendopoli addossata alla collina copriva una fitta rete di tunnel che gli uomini del Califfo hanno usato come vie per contrattaccare, ma la superiorità in quantità e qualità ha schiacciato gli assediati giorno dopo giorno. Operazioni complicate dai tanti civili, molti famigliari dei miliziani, che non si sono fatti remore nell’usarli come scudi umani.

La sconfitta dell’IS è stata piuttosto celebrata anche dal presidente statunitense Donald Trump, che – in quanto in carica in questo momento – gode degli effetti conclusivi e celebrativi di un’attività progettata e avviata dai pianificatori americani  molto tempo prima del suo arrivo alla Casa Bianca. Era la fine del 2014. Era stato progettato il mix ibrido fatto dall’appoggio al suolo tramite piccoli team di special forces a sostegno delle unità locali Sdf (forze a maggioranza curde, create dagli americani con un nome che sembra un programma politico), unito all’assillante martellamento che obbligò da subito i quadri del Califfo a emanare una circolare per evitare raggruppamenti pubblici troppo consistenti (altrimenti i miliziani sarebbero stati un bersaglio troppo facile per gli strumenti di sorveglianza Usa, che comunque hanno scovato uno a uno tutti i membri della catena di comando, eliminandoli con azioni mirate).

Questo genere di successo, sebbene improprio, serve a Trump anche per dare sostegno a una delle sue promesse elettorali, rinvigorita il 19 dicembre dello scorso anno, quando il presidente aveva dichiarato che entro un mese i soldati americani avrebbero lasciato la Siria, dato che ormai l’IS era stato sconfitto. Non era vero (come dimostra la cronaca), e non era vero nemmeno che i militari statunitensi avrebbero lasciato la Siria in un mese, e fu il Pentagono a bloccare tutto (nonostante le dimissioni di un pezzo da novanta dell’amministrazione, il segretario Jim Mattis).

Alla Difesa sapevano che la campagna avviata contro i baghdadisti sarebbe durata ancora, e la storia di Baghuz ne è dimostrazione: ma sanno ancora di più che senza un presenza sul terreno sarà impossibile avviare le operazioni successive, la lunga preparazione del terreno per il contenimento, per eradicare ogni seme da cui potrebbero attecchire di nuovo istanze radicali.

Gli americani – che si presume per un altro periodo di tempo saranno impegnati in operazioni insieme alle Sdf, perché sono rimaste minime postazioni di resistenza da eliminare – resteranno nel paese. Trump per smentire un’articolo del Wall Street Journal che scriveva che alla fine saranno almeno mille le unità statunitensi a restare in Siria, pochi giorni fa ha detto che saranno quattrocento (nota: a dicembre dovevano partire tutti i duemila soldati americani, e subito; ora siamo a quattrocento sicuri a tempo indeterminato, ma il Pentagono pressa sui mille e più di cui ha scritto il WSJ, e probabile che alla fine la spunti).

Questa presenza è necessaria perché lo Stato islamico ha dimostrato di essere pronto a risorgere dalle sue ceneri. È stato così quando i comandanti ideologici di Al Qaeda in Iraq si sono raggruppati quando la pressione post-Guerra d’Iraq aveva portato l’amministrazione Obama a mollare un po’ la corda e, sfruttando il substrato creato dal settarismo sciita lasciato troppo libero al governo di Baghdad (a cui Washington aveva dato fiducia), e sfruttando il caos della guerra civile siriana, hanno lanciato l’impresa califfale.

Quello creato da Abu Bakr al Baghdadi è stato un terrorismo fatto stato, con l’organizzazione baghdadista che aveva mosso proseliti da tutto il mondo e creato il diagramma amministrativo per controllare un territorio enorme, grande come il Belgio. Ora l’azione di risposta studiata dalla Coalizione a guida americana appena il Califfo si autoproclamò (era il 29 giugno del 2014) ha distrutto la statualità dell’IS, liberando quei territori dalla presa dei jihadisti, ma la storia con Baghdadi e i suoi non è finita. Lo Stato islamico è già entrato in una dimensione clandestina, si muove nascosto, sotto traccia: i suoi capi mantengono i contatti nel segreto., pianificano, organizzano, aspettano il momento per tornare all’attacco Una minaccia che comunque resta alta.

(Foto: Twitter, Department of Defense)

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