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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, domenica ha tenuto un discorso televisivo in cui ha annunciato che Teheran intende “superare con orgoglio le vostre sanzioni illegali e ingiuste, perché è contro i regolamenti internazionali”, indirizzandosi direttamente a Donald Trump, omologo americano che ha rotto la tregua punitiva nei confronti dell’Iran avviata dal suo predecessore Barack Obama con la firma dell’accordo sul congelamento del programma nucleare della Repubblica Islamica.

A maggio, Trump aveva annunciato il ritiro americano dal sistema multilaterale, il cosiddetto “5+1”, che aveva chiuso l’accordo, mettendo l’intero Nuke Deal in smottamento nonostante le altri parti firmatarie con l’Iran – Europa, Cina e Russia – promettono di trovare la via per mantenerlo in vita.

Oggi Washington reintrodurrà tutto il sistema sanzionatorio imposto fino al luglio 2015, ossia quello pre-deal: “Siamo in una situazione di guerra economica, di fronte a un potere prepotente. Non penso che nella storia dell’America sia mai entrato alla Casa Bianca qualcuno che è così contro la legge e alle convenzioni internazionali”, ha aggiunto Rohani.

Quella odierna è la seconda e definitiva tranche sanzionatoria, e si prevede che potrebbe portarsi dietro un effetto devastante sull’economia iraniana (recessione, aumento dell’inflazione, svalutazione monetaria): ad agosto, le prima misure reintrodotte avevano colpito settori importanti come quello dell’automotive e dell’aviazione, ma adesso nel mirino ci sono gli asset nevralgici di Teheran, su tutti il comporto energetico e le linee di credito della banca centrale.

Non è nemmeno troppo velato il desiderio di Trump: l’imposizione delle vecchie sanzioni dovrebbe creare problematiche interne, con i cittadini che potrebbero organizzarsi contro il regime e magari arrivare a un cambio, a una decapitazione dell’attuale sistema di governo, sfruttando un malcontento comunque diffuso, che dall’inizio dell’anno talvolta sfocia in manifestazioni anti-governative sempre represse. Allo stesso tempo, la Casa Bianca spera che gli ayatollah, schiacciati dal peso delle restrizioni economiche, scelgano di non riattivare il programma nucleare congelato tre anni fa (tra l’altro tenerlo in piedi permetterebbe all’Iran di mostrarsi un honest broker agli occhi dell’ex “5+1” e della Comunità internazionale) e blocchi alcune politiche velenose diffuse attraverso la regione mediorientale.

Per far pressione, inoltre, Trump spera che i suoi alleati co-firmatari del deal del 2015 prima o poi cedano e si allineino sulle sue posizioni – cosa che per il momento non sembra all’orizzonte, sebbene Trump ha in mano la carta delle sanzioni secondarie contro le aziende che fanno affari con Teheran la quale potrebbe scoraggiare disallineamenti da parte per lo meno degli europei (vedere per esempio i casi di Total e di Eni, due enormi aziende energetiche europee che, pur di non guastare i rapporti e gli affari con Washington, hanno rinunciato ai business riavviati in Iran).

Domenica, migliaia di persone hanno partecipato a una manifestazione a Teheran: la mobilitazione popolare era stata organizzata dal regime, i manifestanti cantavano i classici slogan tipo “morte all’America” e bruciavano bandiere statunitensi, israeliane e saudite. La linea conservatrice iraniana, che con il pugno duro americano sta riprendendo piede ai danni delle posizioni più morbide che avevano negoziato il deal (quelle del presidente Rouhani, su tutte), vede nelle mosse americane ragioni strettamente politiche: Washington, Gerusalemme e Riad sarebbero i capofila di una guerra più o meno formale contro l’Iran, combattuta dai primi per evitare che Teheran rubi il dominio regionale agli altri due paesi alleati americani.

La manifestazione ha colto il tema della reintroduzione delle sanzioni come un’ulteriore occasione, ma il 4 novembre a Teheran c’è un corteo di quel genere ogni anno per ricorda quella che gli americani chiamano la “crisi degli ostaggi”, ossia quando nel 1979, con la rivoluzione khomeinista freschissima, un gruppo di militanti assaltò l’ambasciata americana nella capitale dell’appena costituita Repubblica islamica e tenne 53 dipendenti statunitensi in ostaggio per 444 giorni. Da Washington, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha ricordato l’anniversario dicendo che un motivo in più per continuare “il nostro impegno a costringere l’Iran ad abbandonare definitivamente le sue attività fuorilegge”. (La distanza è tutta qui: in Iran ci sono posizioni politiche che fomentano ancora l’odio al Grande Satana americano, negli Stati Uniti viceversa. Ndr).

Pompeo è l’uomo che venerdì scorso ha annunciato l’imminente reintroduzione del sistema sanzionatorio – la data era nota da mesi, ma complici anche le elezioni di metà mandato di domani, l’amministrazione Trump ha voluto sottolineare molto dal punto di vista politico-comunicativo il raggiungimento di un obiettivo che l’attuale presidente aveva fissato fin dai tempi della campagna elettorale del 2016 e che trova condivisione tra molti repubblicani e anche qualche democratico.

Da Foggy Bottom è uscita anche la linea di ripristino: all’Iran sarà lasciata aperta la possibilità per commerciare petrolio e altro con otto paesi per i prossimi sei mesi (sono i cosiddetti waiver, allentamenti temporanei che servono sia a mantenere minimamente aperto il canale con Teheran, sia per non creare troppi squilibri nell’economia mondiale, che a non esacerbare acredini con certi alleati. In più, Washington ha proposto una lista in 12 punti di obiettivi richiesti agli ayatollah per ottenere una riqualificazione (anche in questo caso, sembra che il target ultimo potrebbe essere un qualche genere di regime change).

L’obiettivo da colpire per gli americani è il sistema teocratico interpretato dalle Guardie della Rivoluzione, acronimo inglese Irgc, che sono un parastato potentissimo protetto direttamente dalla Guida Suprema, incarnito nel sistema economico, sociale e politico del paese. È per esempio attraverso le attività dei guardiani che l’Iran ha diffuso la sua influenza all’interno di diversi paesi come il Libano, l’Iraq, la Siria, lo Yemen: operazioni che quando Trump annunciò il ritiro americano dal Nuke Deal definì come la “mancanza di spirito” da parte di Teheran che va oltre il rispetto dei commi dell’accordo – questa diffusione d’influenza è detestata da Israele e Arabia Saudita che la vedo come una perdita di controllo geopolitico regionale.

Queste operazioni iraniane all’estero, però, soprattutto negli ultimi anni sono collegate a l’opportunismo degli ayatollah sull’instabilità regionale (la rivoluzione in Siria, la diffusione dell’Is, per esempio), humus che ha permesso alle Irgc di capitalizzare successi al di là degli investimenti del governo iraniano sulle loro attività. Su un contesto caotico, i Guardiani e le posizioni politiche più reazionarie, potrebbero contare anche in abbinamento alle sanzioni.

La reintroduzione delle misure punitive americane comporterà quasi certamente una diminuzione della qualità delle vita dei cittadini iraniani, il malcontento collegato potrebbe essere sfruttato dai conservatori per scavalcare le posizioni più moderate che hanno portato alla rielezione di Rouhani e arroccare attorno a sé il consenso – innescando un processo inverso a quel regime change pensato dagli americani, che nel 2021 potrebbe portare alla presidenza della Repubblica islamica qualcuno tra gli estremisti reazionari e i conservatori radicali, con contraccolpi di carattere regionale.

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