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Si scrive spread, si legge credito. Un numero, prima di tutto. In questi giorni il differenziale tra Btp e Bund decennali tedeschi è sceso a quota 92-94 punti base, sui nuovi minimi a oltre 4 anni. Negli ultimi 15 anni lo spread si è spinto sotto i 90 punti base solo il 21 febbraio 2021 sull’onda lunga della nascita del governo Draghi e il 13 marzo 2018 durante il governo Gentiloni.

Ci sono molte spiegazioni a tutto questo, su tutte, la filosofia basica e improntata alla prudenza sui conti pubblici che l’esecutivo ha fatto sua, come dimostrano anche, non a caso, le tre sostanziali promozioni arrivate in sequenza dalle agenzie di rating. Ma non può bastare, bisogna tradurre tutto questo in un capitale da sfruttare agli occhi dell’Europa, in termini di credibilità, di peso specifico. Possibile? Formiche.net ne ha parlato con Innocenzo Cipolletta, economista e presidente dell’Aifi, l’Associazione italiana del private equity.

Il differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiani e tedeschi è ai minimi. E le agenzie di rating hanno sostanzialmente promosso i conti italiani. C’è un dividendo per tutto questo?

Sì, e il dividendo è il costo minore sostenuto in termini di interessi, un capitale che il Paese sta già sfruttando. Questo ci permette di risparmiare un po’ e di utilizzare questi soldi per misure di politica economica nazionale. Se poi c’è anche un dividendo politico, questo spetterà alla premier dimostrarlo.

Come si spiega la fiducia dei mercati e delle agenzie?

Sono state fatte, fino ad oggi, manovre prudenti, che hanno trasmesso un senso di affidabilità. Amplificato dal fatto che l’attuale momento storico, in Europa, vede molte economie fare dei disavanzi importanti, inclusa la Germania. L’Italia, quindi, in questo momento è uno dei Paesi che in termini di affidabilità se la passa meglio. Anche se i redditi tedeschi, a onor del vero, sono migliori dei nostri. I conti pubblici non sono l’unico metro di misura dell’economia.

Il governo ha annunciato l’intenzione di lavorare a un allentamento fiscale sul ceto medio che, come tutti sanno, in Italia versa il grosso delle tasse. Le pare verosimile?

No, se rimane l’attuale struttura delle tasse.

Si spieghi.

In questi mesi si è fatto un eccesso di ribasso della pressione fiscale sulle partite Iva, quindi lo spazio di manovra per allargare il raggio d’azione sul ceto medio, alle altre categorie, è poco. A meno che non si voglia fare altro disavanzo. Se si vuole tagliare ancora le tasse sul ceto medio, bisognerebbe rivedere allora lo stesso regime forfettario per gli autonomi. Ma tutto insieme, non si può fare.

Mi scusi, ma il ceto medio in Italia costituisce il baricentro del gettito. Non le pare necessario un ulteriore intervento di alleggerimento?

Non è questione di essere o non essere necessario, ma di poterlo fare o non poterlo fare. Il punto è trovare i soldi, che non ci sono. O meglio, non ci sarebbero. Anche se io una proposta ce l’avrei…

Prego.

Oggi le partite Iva fino a 80 mila euro pagano una tassa forfettaria, sia sull’Irpef, sia sull’Iva. Ma se invece si tornasse alla progressività, senza tassa piatta e specialmente sull’Irpef, ci sarebbe uno spazio fiscale per intervenire sul ceto medio.

Parliamo di dazi. Il ministro per le Imprese, Adolfo Urso, ha proposto di usare i soldi del Pnrr per aiutare le imprese colpite dalla guerra commerciale. Come le suona?

Non mi pare una buona idea. Aiutare le imprese vuol dire che noi paghiamo i dazi imposti dagli Stati Uniti. Noi dovremmo invece apporre agli Usa gli stessi dazi che loro mettono sulle nostre merci. E magari, con il ricavato, aiutare le aziende.

Sembra che lei non sia molto per negoziare…

No, non è così. Gli Usa metteranno dazi al 10% sull’Europa, perché gli servono i soldi, gli servono nuove entrate, della bilancia commerciale non è che gli importi molto. E allora noi dobbiamo fare altrettanto. Non è occhio per occhio, dente per dente. Ma semplici regole commerciali di buon senso.

Capitolo banche. Il cancelliere tedesco Merz si è scagliato contro l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Germania fa la Germania?

Il solito nazionalismo tedesco che torna. E che fa male all’economia, perché non porta crescita e valore per le banche.

Flat tax o tagli per il ceto medio. La scelta del governo secondo Cipolletta

I disavanzi di Germania e Francia crescono, mentre l’Italia cammina nel solco della prudenza, instillando una sensazione di affidabilità nei mercati. Ma abbassare le tasse sul ceto medio sarà difficile, a meno che non si rimetta mano alle partite Iva. I dazi? Se gli Usa mettono il 10% in più sulle nostre merci, dobbiamo fare altrettanto. Intervista a Innocenzo Cipolletta, economista e presidente dell’Aifi

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