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Il passaggio decisivo della dichiarazione catalana d’indipendenza del 26 ottobre non era così scontato. È un caso esemplare di processo decisionale in cui i fattori vanno per conto loro, in cui è difficile cambiare sentiero mentre l’inerzia è forte, una macchina che non si può più fermare, anche se s’intravvede il disastro in arrivo. Da quel momento, l’iniziativa politica è transitata nelle mani del governo di Mariano Rajoy.

IL VOTO PER EVITARE IL COMMISSARIAMENTO 

Il 26 ottobre il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, si era ormai convinto che l’unica possibile uscita dalla crisi era di convocare le elezioni, per il 20 dicembre. Si erano messi in tanti a parlargli, anche il presidente del governo basco, Iñigo Urkullu. La Catalogna era isolata: il 20 ottobre il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, accompagnato da Donald Tusk e da Antonio Tajani, presidente del Consiglio e presidente del Parlamento europeo, aveva ricevuto il Premio Principessa di Asturia dalle mani del re di Spagna, in un clima di sostegno alla legalità costituzionale. Inoltre, il referendum del 1° ottobre aveva dato un forte risultato politico, ma aveva raggiunto solo il 43% degli elettori. Le condizioni erano state proibitive, con feriti, seggi spostati, confusione. La scelta di Puigdemont era ormai evidente. Anche il confronto diretto sarebbe stato impraticabile: i catalani erano disarmati e senza tutto il controllo della piazza, mentre Rajoy sembrava determinato all’impiego di una “forza proporzionata”, ma senz’altro piuttosto dura.

A MEZZOGIORNO DEL 26 OTTOBRE 

Il parlamento catalano è convocato per il 26 ottobre da diversi giorni. Decidendo per le elezioni, si spegne la miccia della sospensione dell’autonomia, prevista per il giorno seguente, venerdì 27 ottobre, quando il Senato applicherà l’articolo 155 della Costituzione.

Tra i membri di maggioranza del parlamento catalano i mal di pancia si fanno forti, partono gli annunci di dimissioni via Twitter. Dicono di voler lasciare il partito e lo scranno di deputato Jordi Cuminal e Albert Batalla, un amico stretto del presidente. Sono due personaggi che venivano dalle formazioni giovanili del partito democristiano PDeCAT, e Cuminal era anche stato capo ufficio stampa di Artur Mas. Nel volgere di un’ora, dopo l’una, partono i tweet di Joan Ramon Casals e Germà Bel. In Esquerra Republicana, l’altro grande partito che compone “Junt pel Sì”, annunciano le dimissioni la segretaria generale, Marta Rovira, con Sergi Saria, Anna Simò, Gabriel Rufian, Eduardo Reyes. Il CUP, l’estrema sinistra indipendentista va giù ancora più duro. Le parole sono forti: “frode” e “tradimento”.

PUIGDEMONT SENZA MAGGIORANZA 

Prima di arrivare in aula, Puigdemont è senza maggioranza, vogliono tutti la dichiarazione d’indipendenza. Sono anni che il “proceso” si autoalimenta. Puigdemont fa la dichiarazione, la bandiera spagnola viene tolta dalla facciata della Generalitat. Il silenzio internazionale è assordante. Il giorno successivo, il 27 ottobre, il Senato spagnolo autorizza il governo di Mariano Rajoy a sospendere l’autonomia catalana. Il PSOE fa passare un emendamento che salva dal commissariamento la TV e la radio pubbliche, che resteranno sotto il controllo del parlamento catalano. Poco dopo le 19, dopo il voto del Senato, un tweet del segretario generale della Nato, Jens Stoltemberg dice che la crisi catalana va risolta nell’ambito dell’ordine costituzionale spagnolo.

IL BAGNO DI REALTÀ

Il 31 ottobre, con Puigdemont a Bruxelles, Marta Pascal, segretaria del PDeCAT, si lascia andare e parla di “disincanto”. Alla tv pubblica catalana TV3, ammette di aver sottovalutato la situazione, tutti pensavano che la secessione sarebbe stata facile. “Abbiamo fatto ciò che si doveva”, ma non ci si aspettava l’assenza di ogni riconoscimento internazionale e che i Mossos s’Esquadra dovessero accettare gli ordini del governo Rajoy.

I tweet sulle dimissioni di massa potevano essere evitati: il Presidente Puigdemont portava “il peso del Paese sulle spalle”, e aveva deciso di convocare le elezioni. Bisognava dargli retta.

La locomotiva catalana aveva fatto tutto da sola e la strategia dell’attesa di Mariano Rajoy ha avuto successo. È bastato rimanere nell’ambito della Costituzione, moderare le parole e l’impiego dei mezzi.

 

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