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Con la solita onestà intellettuale, che lo distingue, Carlo Cottarelli ha detto di non drammatizzare. L’invito era rivolto soprattutto a Giuseppe Conte che cercava di guidare una sorta di rivolta popolare contro il caro benzina ed il caro gasolio. In questo seguito ed inseguito sia da Elly Schlein che dai due capi di AVS: Fratoianni e Bonelli. “La crisi iniziata a fine febbraio con l’attacco all’Iran – aveva ricordato – non ha per ora causato, nonostante tutto, i danni economici devastanti che qualcuno aveva prospettato”.

Finora l’economia italiana non è andata poi così male, considerando la gravità della situazione internazionale. Nel primo trimestre la crescita è stata pari allo 0,3%, più o meno in linea con le medie europee. Nei due mesi successivi il trend dell’occupazione, della produzione industriale e delle costruzioni sembra essere piuttosto buono. Giovedì prossimo, quando usciranno i dati Istat per il secondo trimestre, si potrà essere più precisi. Gli occhi restano, comunque, puntati sui prezzi del greggio e di conseguenza su benzina e gasolio, senza trascurare il gas.

Un prezzo del greggio, che oscilla intorno ai 100 dollari al barile, ovviamente, non è una cosa che faccia particolarmente piacere. Prima di strapparsi i capelli, tuttavia, non si dimentichi che nel maggio del 2022, in coincidenza con la sciagurata “operazione militare speciale” di Vladimir Putin, le quotazioni avevano raggiunto i 125 dollari al barile: 140,3 se si considera l’inflazione. Per fortuna quello strappo era durato poco. Già nell’estate si era di nuovo tornati sotto i 100 dollari. Resta pertanto da sperare che, anche in questo caso, le due crisi parallele di Hormuz e di Bāb el-Mandeb, nel Mar Rosso, si risolvano in un tempo ragionevole.

Se così non fosse sarebbero guai seri. In questa bonaccia, infatti, c’è qualcosa che non torna. La situazione geopolitica è ben più grave di quella del 2022, mentre il suo impatto sul quadro complessivo è risultato (almeno finora) meno incisivo. Il FMI (Jean-Marc Natal, Azim Sadikov – Jun 15, 2026) si è posto l’interrogativo giungendo a questa conclusione. Finora l’impatto della chiusura di Hormuz e degli attacchi Houthi nel Mar Rosso non sono stati devastanti perché la maggior parte dei Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto tra Stati Uniti ed Iran, hanno potuto ridurre le loro riserve strategiche. Facendo così fronte alla minore offerta di petrolio.

Non si dimentichi che la sola chiusura dello Stretto di Hormuz, ha interrotto il flusso di circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati, un quinto del consumo globale. Gli espedienti adottati per aggirare il blocco (invio del petrolio saudita tramite il suo oleodotto al porto di Yanbu sul Mar Rosso o quello degli Gli Emirati Arabi Uniti al porto di Fujairah, situato al di fuori dello stretto) hanno compensato solo una frazione dei volumi persi a Hormuz.

Nei tre mesi, iniziati a marzo, il crollo della disponibilità di greggio è stato, infatti, pari ad 13,6 milioni di barile al giorno. Fortunatamente nel periodo precedente ne erano stati prodotti in più circa 2 milioni. Per cui il vuoto di produzione è risultato pari ad 11,6 milioni di barili/giorno. Vuoto che è stato così colmato: maggiori esportazioni da altri Paesi (Usa, Russia, Venezuela) 1,7; compressione dei consumi (soprattutto nei Paesi asiatici) 5,8; riduzione delle riserve 4,1. Che da sole vi hanno contribuito per oltre il 35%. Volumi che andranno ricostituiti prima della stagione invernale.

In Italia la riduzione delle riserve strategiche è stata pari al 13,5%. La relativa copertura, di conseguenza è scesa da 90 a 67 giorni. In più il Bel Paese ha agito sui prezzi, riducendo in un primo momento le accise sulla benzina e sul gasolio. In questi ultimi giorni solo sul diesel, al fine di ridurre i costi di produzione soprattutto nei trasporti e in agricoltura. Scelte difficili, e, forse, da un punto di vista economico generale, salvo nel caso del diesel, non del tutto corrette. Ma rese necessarie di fronte alla levata di scudo delle opposizioni, nel loro gioco demonizzante.

Gli ultimi dati confermano, infatti, il carattere strumentale di quelle proteste. Ad inizio settimana, dopo una fiammata iniziale, il prezzo del greggio ha oscillato tra gli 89 (Brent) e gli 82 (Wti)dollari al barile. Ma se si tiene conto dell’inflazione, in termini reali rispetto al picco del 2022, quei valori si riducono di almeno un 20%. Elemento che avrebbe dovuto, almeno, sdrammatizzare la situazione. E consentire di analizzarla con maggiore freddezza.

Che poi è quella descritta da Davide Tabarelli quando afferma (intervista al Corriere della sera) che “il problema più grave che vedo non sono tanto i prezzi quanto la possibile carenza di prodotti finiti nei prossimi mesi”. Se questo è vero, e noi non abbiamo dubbi, più che sui prezzi bisogna agire sull’offerta.

Come? Riattivando alcune raffinerie, aumentando la produzione di petrolio e gas in Basilicata e l’estrazione di gas nel mar Adriatico e in Sicilia. Quindi – aggiungiamo, a differenza delle preoccupazioni di Cottarelli – utilizzando quel prestito di 20 miliardi (6 quest’anno e 14 l’anno successivo), concesso dall’Europa, per realizzare tutti gli investimenti necessari sia nella rete elettrica che nelle rinnovabili.

Basteranno? Certo che no. Ma grazie a quel volano si potranno incentivare gli investimenti privati che servono – si pensi solo alla produzione domestica di energia elettrica – colmando, in tal modo, il gap che ancora ci divide da Paesi più avanzati.

Come evitare una nuova crisi energetica. Il commento di Polillo

Più che sui prezzi bisogna agire sull’offerta. Come? Riattivando alcune raffinerie, aumentando la produzione di petrolio e gas in Basilicata e l’estrazione di gas nel mar Adriatico e in Sicilia. Utilizzando quel prestito di 20 miliardi (6 quest’anno e 14 l’anno successivo), concesso dall’Europa, per realizzare tutti gli investimenti necessari sia nella rete elettrica che nelle rinnovabili. Il commento di Gianfranco Polillo

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