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Brividi lungo la supply chain del fotovoltaico. Lunedì i ministeri del Commercio e della Scienza e tecnologia cinesi hanno emesso una dichiarazione congiunta, annunciando l’intenzione di rivedere la lista nera delle esportazioni – il Catalogo delle tecnologie proibite e limitate nell’export. Sono tre le classi di prodotti relative al fotovoltaico che potrebbero finire nella lista: wafer, silicio nero e colata di lingotti. In breve, componenti essenziali per fabbricare pannelli solari.

Il piano è ancora in fase di consultazione pubblica, scrive la rivista di settore PV Magazine, ma indica che Pechino vuole proteggere la propria leadership tecnologica nel fotovoltaico (frutto di 50 miliardi di dollari in sussidi, dieci volte quelli europei, dal 2011) e mantenere la competitività delle proprie industrie. Se le tre categorie saranno aggiunte alla lista nera, i produttori cinesi dovranno richiedere ai rispettivi dipartimenti provinciali delle licenze speciali per esportare quei prodotti. Vale a dire: il governo cinese avrà l’ultima parola sulla vendita delle componenti, nonché sul trasferimento tecnologico necessario per produrli all’estero.

Si tratta di una mossa che ricorda da vicino le misure di export control statunitensi, segnatamente quelle (a cui si sono appena allineati anche Giappone e Paesi Bassi) volte a impedire che la Cina possa importare o fabbricare microchip avanzati, ostacolando lo sviluppo tecnologico del colosso autoritario. Ma va letta anche nel contesto delle misure statunitensi (e quelle europee, in arrivo) pensate per potenziare le rispettive industrie green tech e riportare le catene di valore entro i propri confini.

Tutti questi movimenti sono percorsi dal fil rouge del disaccoppiamento dalla potenza autocratica – per evitare, appunto, che Pechino possa approfittarsi delle dipendenze occidentali così come Vladimir Putin ha utilizzato il gas come leva contro l’Europa. Il rischio c’è: raggiunto da Formiche.net, il consulente strategico e fondatore di T-Commodity Gianclaudio Torlizzi ha posto l’accento sulla dipendenza globale, ed europea, dai prodotti fotovoltaici cinesi. “La Cina produce da sola il 97% di tutti i wafer di silicio del mondo”, ha spiegato, ed è “indubbiamente preoccupata per gli sforzi di Usa, Ue e India di sviluppare industrie manifatturiere solari nazionali”.

La strategia di Pechino è parallela a quella statunitense coi chip: rallentare la velocità con cui i suoi concorrenti possono sviluppare le proprie catene di approvvigionamento nel comparto delle rinnovabili. “Da evidenziare che se i produttori stranieri dovranno utilizzare wafer più vecchi, diminuirà la competitività di costo dei loro pannelli”, avverte l’esperto di commodities. “In quest’ottica appare opportuno sviluppare un dibattito a livello europeo sulla necessità di riformare le politiche climatiche e legarne gli obiettivi di decarbonizzazione all’effettivo controllo che la Ue può vantare sulla filiera a monte (pannelli solari, pale eoliche, metalli e terre rare)”.

Va notato l’attivismo di Berlino, continua Torlizzi, che dopo aver stretto accordi di fornitura di rame con Trafigura si sta impegnando in America Latina per stipularne altri di fornitura di litio, metallo determinante nel processo di transizione energetica. E anche stavolta la Germania si muove da sola, come avvenne col “bazooka” da 200 miliardi contro il caro-energia, “senza cercare una linea comune con gli altri Paesi membri dell’Ue. Su questo fronte credo che il Governo italiano sia in ritardo”, conclude l’esperto, “ci stiamo concentrando solo sulla parte gas tralasciando i metalli – che tra l’altro sono fondamentali anche per il comparto della Difesa”.

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