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A essere ottimisti il futuro del Monte dei Paschi è per un pezzo già scritto. Almeno a sentire le parole di Luigi Lovaglio, ceo di Rocca Salimbeni che dal febbraio scorso è al timone della banca più antica del mondo, ascoltato in commissione banche, a Palazzo San Macuto. La missione di Lovaglio non è facile. Dopo le fallite nozze con Unicredit, per molti osservatori in realtà solo rimandate, il manager ex Creval dovrà traghettare Mps verso la privatizzazione a mezzo fusione con una o più banche, consentendo al Tesoro, azionista al 64%, di disimpegnarsi, così come pattuito con l’Europa.

Ma la strada verso le nozze, se nozze saranno, è in salita. In mezzo c’è da mettere in pista un aumento di capitale da 2,5 miliardi, alimentato in buona parte dallo stesso Stato mentre il resto, circa 900 milioni, arriverà dal mercato, sbloccare non meno di 4mila uscite e portare a casa la chiusura di 150 filiali. Non solo, nel piano industriale targato Lovaglio, approvato lo scorso giugno, c’è spazio anche per lo smaltimento progressivo dei crediti deteriorati e per l’affidamento delle filiali del Meridione a un soggetto terzo, verosimilmente Mcc.

Chiarito lo scacchiere, le parole di Lovaglio hanno trasudato fiducia nel corso dell’audizione presso la commissione guidata da Carla Ruocco, non riuscendo tuttavia a scaldare il titolo in Borsa. “Io sono molto fiducioso che tutto vada bene. L’importante sarà mettere in campo tutta la credibilità che il tema Mps può avere, in modo che gli investitori capiscano a partecipino per la quota che dobbiamo mettere sul mercato. Quanto alle ipotesi di stampa su un possibile anchor investor, Lovaglio ha chiarito la necessità di “spiegare bene il piano che dà valore a quello che è questa banca per far sì che gli investitori partecipino. Che poi possa esserci qualcuno che prende di più o di meno lo vedremo alla fine”.

Riguardo agli interrogativi dei membri della Commissione sul continuo trend in calo del titolo anche dopo la presentazione del nuovo piano al 2026, che porta la firma di Lovaglio, nominato nel febbraio scorso. “Questo non deve essere visto con le normali metriche. Il titolo è sottile e basta poco per farlo crollare. Inoltre, è ancorato a sistemi di algoritmo per cui se lo spread sale partono automaticamente le vendite”.

Il numero uno di Mps ha poi insistito sulla questione aumento, centrale per consentire alla banca toscana di essere appetibile in vista di un’aggregazione. “Vi assicuro che c’era la coda delle banche che volevano supportarci”, ha spiegato Lovaglio, riferendosi al pre-accordo siglato a giugno con un gruppo di banche (BofA, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca in qualità d joint global coordinators) per la sottoscrizione dell’eventuale inoptato del previsto aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro.

Punto di arrivo, ovviamente, la restituzione della banca al mercato e l’uscita del Tesoro, non più tardi del 2023. “Con 700 milioni di utile previsti a fine piano Mps è una banca forte e certo può stare anche da sola. Però qualcuno dice Bpm o Bper possono stare da sole?
Allora ci mettiamo nella stessa logica: possiamo fare un progetto industriale con qualcuno? Beh, sì. Forse, però ci sediamo al tavolo con pari dignità, con il progetto industriale valutato per quello che è. E in banca stiamo lavorando per fare in modo di poterci sedere al tavolo per discutere con pari dignità”.

Mps, prima l'aumento, poi (forse) le nozze. La mappa di Lovaglio

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