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La legislatura più terremotata della storia della Repubblica, quella che era nata sbilenca e per sopravvivere ha dato accesso all’impossibile governo di coincidenza degli “oppositorum”, Lega e M5S, e poi al cambio di maggioranza con invarianza di premier e poi ancora all’invarianza della maggioranza con cambio di premier, l’anno venturo si spegne per la causa naturale indicata dalla Costituzione: saranno passati cinque anni.

Per quale data saranno indette le nuove elezioni, però, è più difficile prevederlo. In realtà i cinque anni scoccano il 23 marzo prossimo, poiché si computano dal giorno dell’insediamento delle Camere. Però l’art. 61 della Costituzione è più possibilista e generoso coi tempi: colloca il limite più in là, dopo 70 giorni dalla fine della legislatura, per cui a far due conti si potrebbe arrivare al voto ai primi di giugno.

Certo, se si facesse un referendum tra i parlamentari l’ipotesi “lunga” passerebbe all’unanimità (tranne, forse, il voto personale di Giorgia Meloni): gli psicanalisti avvertono che il ritorno al voto è in sé un fattore di stress paragonabile al licenziamento per un parlamentare in carica. Stavolta, inoltre, si aggiungerebbe il precipizio della riduzione degli scranni, quasi il 40%, che si somma al turnover naturale (il 64/65%) e al mutamento d’umore del popolo che per alcuni partiti è fortemente penalizzante.

Pensate a come debba sentirsi un peone sbarcato nei banchi del Parlamento per impreveduta lievitazione di consensi della lista che lo ospitava, oggi precipitata dal livello della meglio Dc a meno di un terzo. Cosa, dunque, proverà, il povero peone dopo cinque anni di glorie inimmaginabili se non nei film con Claudio Bisio presidente, pensando di dover tornare all’usato mestiere e all’usato stipendio? Insomma tre mesi in più di vita parlamentare hanno il loro perché e pure un sacco di giustificazioni nobili: la guerra, il Pnrr, il Covid, che sta sempre lì in agguato, senza contare il lavoro legislativo necessario ad adattare al formato bonsai regolamenti, norme costituzionali, norme elettorali.
È ragionevole dunque prepararsi a non fare la faccia della meraviglia se questa XVIII legislatura della Repubblica proverà ad allungarsi fino all’estensione massima consentita dalla “molla” dell’art. 61 della Costituzione.

Se questa extension poi potrà portare da qualche parte non è scontato: le forze politiche appaiono più attive nel conflitto da piccola trincea elettorale – nulla che possa impensierire seriamente il governo anticipando il momento elettorale, s’intende – piuttosto che desiderose di mettere mano a riforme. Il che significherebbe decretare l’improcedibilità anche della prossima legislatura: come si farà, per esempio, senza una nuova legge elettorale in grado di togliere dalle mani dei capi la scelta degli eletti, restituendola ai legittimi detentori del potere sovrano, cioè i cittadini? Come si farà senza un’adeguata riforma dei Regolamenti parlamentari capace non solo di far funzionare il Parlamento bonsai, ma anche di restituire alle Camere un ruolo di centralità ormai da tempo nelle mani dell’esecutivo, che lascia al Parlamento pratiche di inutile autogratulazione, come la discussione di centinaia e centinaia di ordini del giorno dal peso politico di gran lunga al di sotto di una piuma di canarino?

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