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Gli Stati Uniti hanno rimosso sanzioni personali rivolte contro alcuni iraniani che il dipartimento del Tesoro accusa di fare affari con (e per conto di) Mammut Industrial Group e società collegate, che farebbero parte della catena operativa del programma missilistico iraniano tecnicamente sotto embargo Onu dal 2015, tirato spesso in ballo negli ultimi due anni per le sue presunte evoluzioni clandestine, nonché tra i grandi problemi che riguardano l’Iran e che portarono l’amministrazione Trump alla decisione di uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare di Teheran, noto con l’acronimo Jcpoa.

Da Washington c’è già stata una dichiarazione chiarificatrice passata alla Reuters: questa decisione sulla revoca di sanzioni ad alcuni individui iraniani (essenzialmente scongelamento di beni e operatività in Usa e possibilità di viaggiare) non è legata con quanto sta succedendo attorno al Jcpoa, dice in forma anonima un funzionario del Tesoro. Excusatio non petita… L’amministrazione Biden non ha mai mentito sulla volontà di ricomporre l’intesa con Teheran, ma ha anche testimoniato di non voler correre e bruciare i tempi dei negoziati. E il cambio al potere politico nella Repubblica islamica, con la vittoria del conservatore Ebrahim Raisi e l’allineamento del policentrismo iraniano su posizioni più dure con gli Usa, potrebbe complicare le dinamiche ma non cambiare tempistiche e necessità.

Tra i soggetti liberati dalle misure sanzionatorie ci sono due uomini con doppio passaporto, iraniano e tedesco. E non è da escludere che gli ultimi contatti Washington-Berlino abbiano mosso qualcosa sulla decisione, con la Germania che tra gli E3 — che fanno parte come ideatori dell’accordo sul nucleare iraniano — è forse la più aperta a trovare una soluzione, sebbene con un grado di coinvolgimento basso. E, infine, non sarà legata ai negoziati in corso a Vienna, tuttavia la decisione americana è la seconda del genere negli ultimi due mesi.

Questi movimenti minimi, al di là del contesto tecnico-giuridico da cui derivano, in effetti fanno parte di una transazione ampia in cui ciò che c’è da ricostruire più di tutti è la fiducia reciproca. Gli Stati Uniti compiono passi estremamente misurati, si muovono con controllo, da una parte cedono dall’altra tirano la corda. Per esempio, dieci giorni fa, gli uffici americani hanno ordinato il blocco di diversi siti gestiti dall’Iran e considerati una minaccia per la democrazia Usa perché diffondono disinformazione.

Tra pochi giorni la capitale austriaca ospiterà il settimo round di incontri in cui il sistema di dialogo del Jcpoa includerà anche i delegati americani, tecnicamente fuori dall’accordo ma parte dei negoziati per via indiretta (senza contatto diplomatico con gli iraniani). L’obiettivo è far tornare dentro all’intesa Washington, e poi così riportare Teheran al completo rispetto delle clausole (su cui gli iraniani hanno cominciato delle violazioni controllate davanti all’uscita americana). In una videocall lunedì 5 giugno, i leader di Francia, Germania e Cina, hanno invitato tutte le parti coinvolte nei colloqui sul nucleare iraniano a cogliere una finestra di opportunità per un accordo.

Gli hardliner iraniani usano l’accordo sul nucleare per coprire un po’ tutto ciò che non va: adesso per esempio viene additato come causa per i recenti blackout che secondo i conservatori sarebbero colpa delle limitazioni che l’accettazione del Jcpoa, voluta dalla precedente amministrazione moderata, avrebbe imposto alla produzione di energia elettrica per via nucleare. Raisi sa però che se vuole rilanciare l’economia del Paese — necessità da rivendere quando cercherà consensi per il ruolo di Guida suprema — dovrà abbinare questo genere di retorica a una ricomposizione pragmatica dell’accordo. Da lì passa lo sblocco di sanzioni molto più importanti con cui il Tesoro americano può effettivamente ridare respiro all’economia di resistenza iraniana.

Perché il Tesoro Usa toglie le sanzioni ad alcuni iraniani?

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