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Lo stallo sul nome di Nicola Zingaretti tiene ancora bloccato il quadro delle candidature per il Campidoglio mentre Virginia Raggi si trova a dover gestire l’ennesimo avvicendamento nella sua squadra di assessori. E che avvicendamento verrebbe da aggiungere, considerato che a lasciare è Daniele Frongia, assessore allo Sport ed ex vicesindaco della stessa Raggi, della quale era stato per lungo tempo, soprattutto durante la scorsa campagna elettorale e poi nei primi mesi di sindacatura, il principale collaboratore, al punto da esserne stato indicato inizialmente addirittura come capo di gabinetto.

Frongia entrerà al governo, al ministero per le Politiche giovanili guidato da Fabiana Dadone, ma continuerà comunque a ricoprire il ruolo di commissario per gli Europei di calcio. Una funzione molto specifica e a tempo, che non sembra però cambiare il senso profondo delle cose: ovvero, che la giunta capitolina continua a perdere pezzi – Frongia è il sedicesimo assessore a saltare da quando i cinquestelle hanno conquistato la città eterna – e che il clima generale che si respira attorno al movimento romano rimane di tensione, se non a tratti di smobilitazione.

I numeri in Assemblea capitolina ormai sono sul filo di lana mentre crescono i dissidi nei vari municipi della capitale. Una situazione oggettivamente complicata che avrebbe fatto desistere in molti dal proposito di ricandidatura. Non Raggi però, che da questo punto di vista è stata finora granitica nella sua coerenza: la scorsa estate la prima cittadina annunciò la sua decisione di riprovarci e da allora non ha mai tentennato in tal senso. Nonostante le difficoltà, le critiche e i mal di pancia interni.

A questo proposito la sua determinazione ha bloccato finora tutti i tentativi di riproporre anche a Roma l’alleanza giallorossa tra Partito democratico e M5s. Anche l’ultimo di queste ore, con l’ipotesi di una sorta di scambio tra la capitale e la regione: nell’ottica di una candidatura romana di Zingaretti, secondo lo schema, per la verità fragile, di cui si è vociferato in queste ore, i cinquestelle avrebbero dovuto sostenere la corsa capitolina dell’ex segretario Dem e il Pd, di conseguenza, appoggiare il tentativo alla regione Lazio di un esponente pentastellato. Forse, si dice, proprio della storica avversaria di Raggi Roberta Lombardi, che non a caso qualche mese fa era entrata nella giunta regionale di centrosinistra come assessore alla Transizione ecologica e alla Trasformazione digitale.

I rumors in tal senso, rilanciati insistentemente questa mattina dai quotidiani, per il momento però non hanno trovato conferma. Anzi, sono stati smentiti seccamente da Luigi Di Maio, che pure le ricostruzioni di stampa accreditano di un certo dinamismo per far decollare, in accordo con Enrico Letta e Giuseppe Conte, l’intesa locale tra Pd e M5s in vista delle prossime amministrative d’autunno: “Spero si possano fare accordi in tutte le città dove è possibile. A Roma non è questione di trovare una quadra, abbiamo un sindaco uscente che si candida, Virginia Raggi, e noi la sosterremo”.

Messaggio chiaro: i cinquestelle, almeno per ora, non sono nelle condizioni di fare una scelta diversa da Raggi. E in fondo è normale che sia così, visto che stiamo parlando pur sempre di un sindaco uscente che ha deciso di ricandidarsi e considerata pure la situazione di più generale crisi in cui versa il movimento. Rompere con Raggi potrebbe acuire ancora di più le divisioni e le tensioni interne che coinvolgono ovviamente anche Davide Casaleggio, ormai in rotta di collisione con i pentastellati ma non con la prima cittadina di Roma dalla parte della quale invece sè schierato.

Quadro evidentemente complesso che mal si presta a previsioni di sorta. C’è chi ipotizza in questo senso la nascita di una lista civica di ex pentastellati romani a sostegno dell’eventuale candidatura di Zingaretti, ma è presto per dirlo e non è neppure detto che un’operazione del genere possa essere elettoralmente rilevante.

Di sicuro, comunque, rimane la considerazione di fondo: il presidente della Regione è l’uomo a cui Letta e il Pd si aggrappano per vincere a Roma ed evitare una debacle che potrebbe essere devastante per il partito e il suo attuale segretario. Lui, il diretto interessato, è tentato dalla corsa ovviamente, ma ha anche diversi dubbi che riguardano da un lato il futuro della regione e dall’altro il rapporto con i cinquestelle. Al di là delle dichiarazioni pubbliche, sempre di smentita più o meno secca, ci sta pensando molto seriamente e tra i dem è noto che sia così, come dimostra la mancata ufficializzazione della candidatura di Roberto Gualtieri che si sarebbe messo a disposizione ormai da mesi.

In quest’ottica, finché non si chiarirà la decisione finale di Zingaretti, è difficile attendersi che possa arrivare una schiarita pure nell’altro campo, quello del centrodestra, nel quale Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono sempre di più ai ferri corti. Una distanza che si è ripercossa su tutte le città al voto il prossimo autunno, Roma inclusa. L’impressione è che i nomi via via sondati in questi mesi per una ragione o per l’altra siano in qualche modo saltati. Rimane in pista l’ipotesi Guido Bertolaso, che però continua a smentire il suo interesse. E, a maggior ragione, è da credere che decida di non candidarsi nel caso in cui Zingaretti alla fine scegliesse di correre. Chissà che alla fine la scelta non ricada su Chiara Colosimo (qui una nostra conversazione con lei), di fatto leader dell’opposizione a Zingaretti alla Pisana e braccio destro di Giorgia Meloni.

Roma, tutto fermo aspettando Zingaretti. Mentre Raggi perde pezzi (e che pezzi)

Nonostante i rumors, il rebus romano delle candidature appare ancora lontano da una soluzione possibile. Nicola Zingaretti ci sta pensando, Virginia Raggi non arretra ma intanto perde l’ennesimo assessore, il centrodestra litiga e nel frattempo aspetta di capire cosa sceglieranno di fare gli avversari. Una situazione di stallo che potrebbe allargarsi anche alla regione Lazio. Tutti i nomi, le novità, i possibili scenari

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