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Silvio Berlusconi prepara la “grande ammucchiata”. Governissimo suonerebbe male. E non risponderebbe ai desiderata del leader di Forza Italia. Oltretutto sarebbe impraticabile. Ma un’“ammucchiata” di forze eterogenee, nella quale convivessero soggetti distinti e distanti per evitare possibili crisi di governo totalmente al buio, sulla base del minimo comun denominatore della sopravvivenza politica di tutti, non sarebbe tanto fantasioso.

E Berlusconi ha colto, guardandosi intorno, la palla al balzo, profittando delle convulsioni nella maggioranza, e ha messo nero su bianco la sua proposta. Al Corriere della Sera ha scritto una garbata ed ammiccante letterina rivolta alla maggioranza che conclude con parole ecumeniche: “Voglio essere per quanto possibile ottimista. Confido che al di là delle ragioni di schieramento si possa trovare una convergenza sulle concrete esigenze del Paese. Da parte nostra, faremo tutto il possibile, come sempre, non per una parte politica ma per gli italiani”.

Altro che Nazareno. L’offerta berlusconiana è senza condizioni. Si offre per trovare una “convergenza” che vuol dire, tradotto dal politichese, un accordo sulle “esigenze” del momento. Ce ne sono tante, ma Berlusconi non specifica quali, lasciando aperto lo scenario. E, del resto, non ha molta importanza. Ad un governo mortifero, incapace, litigioso tende la mano per non farlo cadere, perché non ceda alla depressione e stacchi la spina. Guarda lontano Berlusconi, al Quirinale, alle elezioni regionali, a quelle politiche. E conclude che non conviene a nessuno guerreggiare senza sapere chi vincerà la partita.

Indiscutibilmente come stratega è imbattibile. Forse anche come giocatore d’azzardo. Per un leader d’opposizione mettere a disposizione le “nostre proposte” su una quantità di temi e problemi di non poco momento, minuziosamente elencati nella letterina di Natale, significa ipotecare il proprio futuro politico e cancellare la sua collocazione alla quale, con tutta evidenza, non crede più.

Ma cosa se ne deve fare di Meloni e Salvini che giocano apertamente una partita, per nulla rischiosa, contro di lui? La leader di FdI lavora apertamente per se stessa, al fine di conquistare la leadership di un minestrone populista che – diciamocelo francamente – non assomiglia in nulla ad un movimento riformista e conservatore (etichette di cui si fregia Meloni). E si meraviglia se Salvini, tanto per non restare con il cerino in mano, si propone anche lui seppure in modo meno elegante (l’homme c’est le style), come partner di una formazione vasta che la sua alleata ha bollato con parole di fuoco comprendendo che se dovesse rimanere sola dura sarebbe la scalata al potere.

Insomma, Berlusconi e Salvini vogliono salvare il governo, Meloni vuole andare alle elezioni in piena pandemia e a ridosso dell’elezione del Capo dello Stato, la maggioranza guarda con stupore il suicidio del centrodestra, ma se ne rallegra anche perché la prospettiva va oltre le sue pur legittime speranze.

Se mai si concretizzasse la “grande ammucchiata” – e non un governo di tutti, intendiamoci – la serenità per i prossimi tre anni sarebbe assicurata. Giustamente Salvini dice – tanto per non essere equivocato – che “nessuno vuole andare al governo con Conte, col Pd o con i Cinque Stelle, semplicemente è nostro dovere aiutare il Paese in un momento di grande difficoltà”. Ottima e nobile intenzione. Ma come mai questo generoso impulso si manifesta soltanto e non quando le forze di maggioranza invitavano anche l’opposizione ad assumersi le proprie responsabilità?

Forse, facendosi due conti gli ex alleati del centrodestra hanno concluso che fare l’opposizione al governo è facile e ci si guadagna qualcosa; farla al coronavirus è certamente perdente. Dunque, meglio stare tutti insieme perché nessuno possa essere accusato domani di non aver fatto il proprio dovere. E così l’emergenza politico-sanitaria diventa il collante della grande coalizione fantasma, nel senso che la maggioranza attuale può continuare a governare fidando sulla benevola accondiscendenza dell’ex-opposizione, senza pagare in ministeri e sottosegretariati. Atteggiamento responsabile, senza dubbio.

E poco male se così finisce la politica che è pur sempre conflitto, auspicabilmente non pretestuoso, né volgare e tantomeno violento. Un teatrino, insomma, tanto per aspettare che effetto fa il vaccino. E poi ricominciare, naturalmente, con le solite liturgie tipiche della partitocrazia più velenosa.

Intanto chi negherà al Cavaliere risorto la qualifica di “padre della Patria”? Un riconoscimento che vale l’estinzione di un partito.

Berlusconi dirige la grande ammucchiata (e Salvini apprezza)

Altro che Nazareno. L’offerta di Berlusconi sul Corriere di oggi è senza condizioni. Si offre per trovare una “convergenza” che vuol dire, tradotto dal politichese, un accordo sulle “esigenze” del momento. L’analisi di Gennaro Malgieri

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