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La Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha annunciato di aver rifiutato l’aiuto americano per combattere il coronavirus, che nella Repubblica islamica è dilagato molto violentemente e prodotto migliaia di morti (probabilmente molti di più di quanti dichiarati da Teheran: secondo l’Oms un quinto dei reali). “Non so quanto queste accuse siano vere, ma chi sano di mente si fiderebbe ad accettare medicine? Magari le loro medicine sono un modo per diffondere il virus”, ha detto Khamenei riferendosi alla teoria complottista fatta circolare dai media iraniani secondo cui gli americani avrebbero fabbricato il Sars-Cov2.

“La stampa internazionale s’è molto concentrata su questo aspetto, riprendendo le parole di Khamenei anche in modo errato sul piano dell’interpretazione”, spiega a Formiche.net Nicola Pedde, analista italiano esperto di Iran e direttore dell’Igs (Institute for Global Studies). “In realtà la Guida, nella narrativa iraniana, sta cercando di dire che il virus è strumentalizzato dagli americani: certamente non poteva accettare aiuti in questo momento. Gli Stati Uniti gli hanno chiuso la porta in faccia sulle sanzioni, e Khamenei usa la situazione per contrastare questa linea”.

La Guida ha parlato in occasione di Nowruz, il capodanno persiano, la più importante festività da oltre cinquemila anni, un momento simbolico in una fase di difficoltà extra per il Paese – il discorso, a causa delle chiusure imposte dal governo per far fonte all’epidemia, non è stato tenuto come da tradizione dal santuario dell’Imam Reza a Mashhad.

“Ricordiamoci che la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto una nuova stretta sanzionatoria sul Paese, impedendo l’export di prodotti petrolchimici. Le misure non sono direttamente indirizzate al settore sanitario, ma le restrizioni economiche conseguenti hanno un peso innegabile nella lotta alla diffusione del virus. L’aiuto in questo momento sembrava beffardo, era irricevibile”, aggiunge Alberto Negri, giornalista e corrispondente di guerra, esperto di Medio Oriente.

Il governo iraniano ha affrontato l’epidemia sottostimandola, sia per per ragioni di immagine – interne ed esterna, come hanno fatto altri regimi autoritari – sia per scarsità di mezzi a disposizione. Sono passati anni da quando la struttura sanitaria del Paese reggeva la guerra con l’Iraq: attualmente risente del regime sanzionatorio – che colpisce principalmente il settore petrolifero, asset fondamentale delle entrate del governo.

Non si effettuano test; le strutture cliniche non hanno sufficienti reparti tecnologici per affrontare le complicazioni respiratorie prodotte dal virus (la Covid-19); la situazione è critica nelle carceri, dove il sovraffollamento produce già condizioni igieniche al limite e per abbassare il livello di saturazione il governo ha deciso di liberare oltre ottantamila detenuti, tra cui alcuni prigionieri politici. Nei giorni scorsi sono circolate sui media americani immagini di fosse comuni nei pressi della città di Qom – dove si trova il principale santuario del Paese, e dove s’è registrata la concentrazione di contagi e morti.

Teheran sta chiedendo agli Stati Uniti un alleggerimento delle sanzioni in termini specifici sui prodotti medico sanitari, ma non ottiene risposta. “La decisione di aggiungere sanzioni al quadro attuale e durante la devastante epidemia conferma la volontà americana di procedere con la strategia della massima pressione, che potrebbe far pensare anche all’idea di un regime change”.

Un’operazione articolata, che passa anche dal fornire ai media americani i dati per parlare di quelle fosse comuni. Un’uscita sotto molti aspetti infelice, che cosa dovrebbero pensare dei nostri camion che lasciavano Bergamo?”, aggiunge Negri. Ieri, il CentCom ha comunicato che il 20 marzo nel Mar Arabico la “USS Dwight D. Eisenhower”  e la “USS Harry S. Truman” hanno condotto un’esercitazione congiunta – a cui ha partecipato anche B-52 e diversi assetti aerei – nel Mar Arabico come dimostrazione di presenza davanti alla minaccia iraniana.

Le sanzioni hanno ormai spostato l’asse di approvvigionamento iraniano verso la Cina. I rapporti con l’Occidente sono minimi per l’industria iraniana, e questo peggiora le cose. La dipendenza dalle supply chain cinesi, inoltre, appesantisce la situazione economica, perché la Cina è il Paese da cui si è propagato il virus e quello attualmente più colpito, le attività stanno lentamente ripartendo soltanto in questi giorni, e non riescono ancora a garantire gli approvvigionamenti.

Con una mossa insolita, quattro giorni fa il presidente Hassan Rouhani ha scritto una lettera aperta diretta al popolo americano. Passaggi che cercavano di muovere corde emotive per stimolare un dibatto pubblico negli Usa: “In nome della giustizia e dell’umanità, mi rivolgo alla vostra coscienza e alle anime divine, e vi invito a fare in modo che la vostra Amministrazione e il Congresso vedano che il percorso delle sanzioni e delle pressioni non ha mai avuto successo e non lo sarà mai in futuro. Sono il discorso umano e l’azione che producono risultati”, ha scritto.

L’uscita si scosta dall’apparente linea dura della Guida e da quella spinta da alcuni gruppi extra-conservatori di prima generazione che in Iran considerano ancora l’America come il “Grande Satana”e il nemico con cui è conveniente tenere alto l’ingaggio. Quelli che hanno preso il controllo del parlamento però sono un gruppo più eterogeneo, sono sostanzialmente dei conservatori pragmatici di seconda generazione, mentre le posizioni dei falchi anziani sono arroccate all’interno del Consiglio dei Saggi”, spiega Pedde. La lettera di Rouhani si allinea invece su una posizione che il governo pragmatico-moderato sta prendendo nei confronti delle posizioni dell’hard-line.

Sotto quest’ottica diventa importante inserire nel quadro la richiesta di aiuti avanzata dal governo iraniano al Fondo monetario internazionale. “Il fatto che la richiesta sia stata avanzata da Javad Zarif la rende simbolica”, aggiunge Negri (allude al fatto che il ministro degli Esteri è stato l’uomo che ha fatto da immagine e da motore all’accordo sul nucleare del 2015, da cui l’Amministrazione Trump s’è ritirata nel 2018 riaprendo il regime sanzionatorio, ndr). “La richiesta all’Fmi è una sorta di nuovo Jcpoa (sigla tecnica dell’accordo, ndr) – continua Negri – perché sul piano interno significa cercare da fuori una legittimazione e un rafforzamento mentre è sotto attacco dell’ala dura militare, e un eventuale ingresso diventa un vincolo alla spesa di bilancio”.

Sul piano internazionale è importante vedere cosa decideranno gli Stati Uniti, perché sono i principali azionisti dell’Fmi e hanno potere di veto nel board, che potrebbero anche utilizzare. “Tuttavia se Washington dovesse accettare di concedere all’Iran il presto, allora sarebbe significativo e il virus diventerebbe un elemento di politica internazionale”, aggiunge Negri. “E non va sottovalutato che come in tutte le grosse situazioni che avvolgono l’Iran, a Khamenei è richiesto un ruolo di cerniera, ma come già per il Jcpoa, anche in questo caso ha accettato che venisse avanzata la richiesta all’Fmi”, prosegue Pedde.

L’Iran fra emergenza Covid-19 e crisi economica. Parlano Pedde e Negri

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