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Parigi e Le Havre, potere centralizzato e periferico, città e campagne. Le municipali in Francia ruotano attorno ai risultati in questi due comuni, dove il presidente Emmanuel Macron segue con attenzione sviluppi dal valore simbolico e tecnico.

A Parigi, la sua candidata, Agnés Buzyn, ematologa ex ministro di Affari sociali e Sanità dal 2017 a febbraio, ha praticamente zero possibilità di battere la sindaco uscente, Anne Hidalgo. E qui c’è un simbolo: La Rèpublique en Marche (Lrem) alle presidenziali di tre anni stravinse il confronto con Marine Le Pen tra i parigini marcando la distanza tra elettorati urbani e rurali, classi alte e inferiori. Ora le cose cambiano, e forse è anche un sintomo: Hidalgo è tutt’altro che una politica post-ideologica in stile macronista, è socialista e ben piantata nella sinistra che conta fin dai tempi del governo Jospin.

A Le Havre invece va in scena un problema anche tecnico. Il candidato di Lrem è il premier Edouard Philippe, che ha molte chance di vittoria contro lo sfidante comunista — anche nella città portuale della Normandia va in scena il distanziamento narrativo, Philippe arriva scortato per brevi incontri o comizi e poi torna nella capitale a svolgere il suo incarico, il suo rivale guida l’auto col megafono in stile popolar-agé e ricorda agli elettori l’importanza del terroir.

L’ex premier cerca a Le Havre una riconferma politica: non solo perché dal 2010 al 2017 è già stato lì il primo cittadino, ma anche perché da lì passa il suo futuro — e dunque quello di Macron. Se perde si dimette — come si può pretendere di governare la Francia se non si riesce a vincere la partita per governare Le Havre? Se vince deve scegliere: sindaco o premier. Cruccio per l’Eliseo? Può essere, ma forse anche sollievo.

Philippe è molto popolare, e sta in parte oscurando la narrazione del presidente (chiedere esempio di questo all’allargamento della vitiligine da stress che ha imbiancato nei mesi passati la barbe al primo ministro, che racconta: sono le preoccupazioni per il Covid. Storia da home page internazionali). Macron ha due anni per costruirsi il futuro, e quando si voterà nel 2022 dovrà offrire ai francesi una piattaforma politica innovativa tanto quanto lo era stata in precedenza. Il presidente pensa per questo a uno spostamento verso temi sociali, una deviazione della rotta a sinistra che mal si concilierebbe con le visioni di Philippe, di destra (ministro del governo Fillon, figura chiave con Alain Juppé dell’Ump). Macron potrebbe allora spingerlo a godersi la vittoria a Le Havre — anche per non lasciare la conquista al rivale — e dalla questione tecnica avviare così il rimpasto politico verso il 2022.

Qualcosa in Francia potrebbe cambiare dopo queste elezioni, anche se saranno tutt’altro che partecipate. Voterà infatti solo chi si è recato alle urne al primo turno, il 44,3 per cento dell’elettorato, quando si votò il giorno precedente dei lockdown, con Macron strattonato dalle opposizioni di Parigi che volevano che tutto procedesse come prima mentre virologi e amministratori locali chiedevano ai cittadini di non recarsi alle urne per evitare contagi.

(Foto: Twitter, @EPhilippePM)

 

Macron vs Philippe, cosa si cela dietro le municipali in Francia

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