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C’è un filo rosso che unisce il movimento delle Sardine e l’attuale governo Conte. Entrambi hanno la loro ragione d’essere nel loro essere anti- qualche cosa. Anti-Salvini nel caso delle Sardine, anti-ritorno-alle-urne (nonostante proclami di circostanza in altra senso) nel caso dei partiti che sostengono l’attuale governo. Ma sotto questo anti-, c’è ben poco, quasi il nulla direbbe qualcuno.

Questo è sicuramente il caso delle Sardine (basta leggere i loro 6 punti programmatici per capirlo, oppure assistere ad una intervista a caso, tra le tante, in tv dei loro leader), ma nella percezione dei più, e nonostante tutti gli sforzi profusi per mostrare il contrario dai diretti interessati, anche dell’attuale governo. Troppo distanti programmaticamente i 5 Stelle dal Pd per trovare una qualche forma di intesa duratura su alcunché di rilevante, a meno di perdere la faccia in una direzione o nell’altra. Eppure… Eppure sembrerebbe che da questa situazione, che si arricchisce ogni giorno di nuovi mal di pancia (si veda alla voce Renzi e Italia Viva), non ci sia via di uscita. E questo mentre le sfide ambientali, niente affatto banali, continuano ad accumularsi: la minaccia del coronavirus, la crisi economica perdurante, le tensioni geo-politiche, ecc. Di fronte a tutto questo, la risposta è un sostanziale immobilismo politico frutto di interessi contrapposti.

L’aspetto più interessante (quasi da manuale di psichiatria) è però il comportamento dall’attuale partito di maggioranza relativa in parlamento, ovvero il M5S. Da partito anti-casta, si è trasformato come una Fenice al contrario nel partito più casta di tutti, prigioniero di fatto del suo successo elettorale. Da un lato infatti le elezioni del 2018 gli hanno consegnato un gran numero di novelli deputati e senatori, che stanti gli attuali numeri accreditati al movimento dai sondaggi (senza dimenticare il referendum oramai prossimo sulla riduzione del numero dei parlamentari), ben difficilmente verranno riconfermati. E, non sorprendentemente, questo nucleo di eletti risulta, leggendo le cronache, contrarissimo ad una fine anticipata della legislatura. Dall’altro lato, proprio questa volontà di continuità che viene dai suoi eletti “costringe” il M5S a rimanere al governo, perché il rischio dietro ad una caduta del Conte bis è proprio il ritorno alle urne.

A sua volta, e per chiudere il cerchio, questo rimanere caparbiamente al governo è anche la ragione ultima del perché il M5S continua a perdere nei sondaggi, di fronte a suoi (ex) elettori sempre più spaesati da questa alleanza “contro-natura” con il nemico di ieri. D’altra parte, la perdita nei sondaggi mette ancor più in fibrillazione i deputati e senatori del M5S. E così torniamo al punto da cui siamo partiti, in un loop che si autoalimenta, senza apparente fine. Cosa fare per rompere questa “profezia che si auto-adempie”?

È qui che entra in scena Matteo Renzi. La sua proposta di “governo istituzionale per le riforme” è un (involontario) assist alla Baggio (o alla Luis Alberto, venendo al calcio dei giorni nostri) per il M5S per uscire dalla sua palude. Se si venisse effettivamente a realizzare, la dirigenza del M5S potrebbe “finalmente” tornare a fare quello in cui riesce meglio: l’opposizione. Con tutta una serie di vantaggi: ritornare a cavalcare i vecchi slogan, ringalluzzendo la propria base elettorale. Allontanarsi dall’opa (non richiesta) che Conte (da capo del governo) sta cercando di fare sul M5S. Riscoprire la propria vocazione “movimentista”. Tra l’altro senza pagare pegno. Perché un simil governo non dovrebbe portare ad elezioni a breve, per la gioia del gruppo parlamentare pentastellato.

Una situazione win-win insomma che potrebbe non ripresentarsi più. E la cosa buffa è che a creare questa opportunità sarebbe proprio quel Matteo che è stato il più grande avversario dei pentastellati per molti anni. Ma si sa, la ruota della politica gira vorticosa. Spesso in modo sorprendente.

Un consiglio non richiesto a Vito Crimi (o a chi per lui)

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