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Da ogni avvenimento, anche in un’ottica religiosa, si può distillare qualche insegnamento. Difatti la fede può indurre a cogliere degli insegnamenti peculiari, che altrimenti sarebbe improbabile ricavare da frangenti dolorosi come l’attuale pandemia.

Il Vaticano II ha dato dei buoni suggerimenti a tal proposito. Per esempio, al n. 46 di Gaudium et spes si legge che i cristiani dovrebbero saper considerare “ogni problema particolarmente urgente” e dovrebbero saper interpretare tutto – dalla speranza più promettente alla sofferenza più angosciante – “alla luce del vangelo e dell’esperienza umana”. Come a dire che la temperatura morale della storia è insita nella realtà che viviamo e per misurarla i credenti dispongono di un particolare scandaglio. Ancora, nel n. 33 del documento che tratta del dialogo tra comunità ecclesiale e società, il concilio avverte che la Chiesa è chiamata a lasciarsi coinvolgere nell’”immenso sforzo” che l’intera famiglia umana porta avanti per fronteggiare le gravi difficoltà che vanno sorgendo ai nostri giorni. E se anche non conosce le soluzioni tecniche di problemi complessi – come l’epidemia mondiale da Coronavirus –, nondimeno è disponibile a “unire la luce della rivelazione alla competenza di tutti”.

Quest’ultima espressione è significativa anche in riferimento a ciò che sta succedendo: non si tratta di ignorare o al limite contestare le competenze altrui, men che meno di misconoscere l’immane disagio che tutti affligge. Si tratta, piuttosto, di proiettare la luce promanante dal vangelo sull’esperienza comune, a sostegno di un impegno condiviso con tanti altri. Si tratta, insomma, di decifrare il senso globale e profondo di ciò che accade: credere, in definitiva, significa pure questo.

Inevitabilmente, riguardo al Covid-19, si danno diverse interpretazioni dei fatti e dei dati: a volte pare che s’infiammi a ogni piè sospinto un conflitto ermeneutico, direbbe Paul Ricoeur. Molto dipende dai vari e disparati punti di vista: scientifico, clinico, politico, economico, finanziario e via dicendo. La spunta chi più insiste. Non a caso ci ritroviamo in un contesto in cui gli editoriali dei quotidiani suonano retorici non meno delle pubblicità televisive, dimenticando che la modernità – a partire dall’imperativo categorico di Kant – ha demitizzato l’eroismo traducendolo in rigore deontologico e ha derubricato la viltà in reato (il naufragio della Concordia al Giglio docet).

In ogni caso, i credenti dovrebbero rimanere consapevoli che molto di più dipende anche dallo sguardo che si getta sui fatti e sui dati. Anzi, dalla luce che alberga negli occhi, o – in negativo – dal colore dei paraocchi: in questo secondo caso capita come a chi inforca un paio di occhiali da sole con lenti rosse, o gialle, o verdi, e finisce per vedere tutt’attorno in una sola tinta. La consapevolezza credente può aiutare a vedere le cose nel colore che ciascuna di esse ha effettivamente: la luce – e il vangelo è vera luce – non travisa i colori, non li appiattisce e non li omologa, ma ne esalta le sfumature e le gradazioni, evidenziandone nitidamente la varietà. Ne può sortire una disamina attenta, e quindi attendibile, dell’odierna situazione.

Del resto, ciò che stiamo sperimentando è, anche per chi crede, una specie d’esame, per giunta molto severo. E probabilmente nessuno lo sta superando a pieni voti.

Per un verso c’è lo smarrimento di tantissimi, che si sentono privati delle forme più visibili e tangibili della consuetudine orante del popolo credente: niente più celebrazioni liturgiche dal vivo, né processioni o analoghe pratiche devozionali. Da qui l’incremento di performance alternative, spesso trasmesse in streaming, anche quelle che in tal sede non hanno alcuna performatività sacramentale. Quasi nessuno lo ammette. In compenso s’ironizza su certi campanili innestati con gli altoparlanti e somiglianti come non mai ai minareti.

Per altro verso s’insiste sull’opportunità di praticare modi più spiritualizzati di pregare, basati sulla lettura individuale o familiare della Bibbia. Talvolta l’insistenza s’è irrigidita nella critica alla tradizione liturgica, quand’essa viene ricondotta – o persino ridotta – esclusivamente alla celebrazione eucaristica a porte chiuse.

Così la polemica serpeggia tra chi accusa gli uni di cripto-protestantismo e chi accusa gli altri di neo-clericalismo. Come se non bastasse, gettano benzina sul fuoco le disposizioni governative, grevemente inclini a confondere le messe – e in genere ogni tipo di culto religioso, ebraico, musulmano o indù che sia – con le cerimonie d’altra natura e a infilarle nello stesso calderone degli spettacoli ludici e degli eventi culturali.

Mantenendomi entro i confini confessionali del cattolicesimo, reputo che la pandemia abbia palesato come il Vaticano II, tenutosi ormai più di cinquant’anni fa, sia stato sinora disatteso o, comunque, non valorizzato appieno. S’è continuato a fruire dell’eredità rappresentata, soprattutto, dalla pietà popolare fiorita nei secoli scorsi a partire dalla riforma cattolica promossa dal concilio di Trento. Ma la rendita tridentina, in piena secolarizzazione, s’è andata esaurendo. Il Vaticano II era stato realizzato proprio per questo motivo, cioè per dare nuova linfa vitale al cattolicesimo nel mondo contemporaneo. E, invece, s’è preferito attingere a oltranza dal pozzo pur capace di Trento, presumendo che vi fosse acqua sorgiva. La pandemia svela che la riserva s’è prosciugata. E che siamo in ritardo di mezzo secolo rispetto alle potenzialità rimaste inespresse del Vaticano II, in ambito liturgico e non solo (penso alla “spiritualità del samaritano” di cui parlò Paolo VI). Chi è nostalgico può giudicare superfluo l’ultimo concilio e chi ama procedere per salti può nutrire il dubbio ch’esso sia ancora attuale. Perciò alcuni possono invocare rigurgiti clericali e altri avanzare rivendicazioni simili ad antiche proteste: sembra l’ora di saldare i conti lasciati in sospeso nel XVI secolo. A me, semmai, pare che il Vaticano II resti in buona parte inattuato.

La pandemia e i conti in sospeso tra il concilio di Trento e il Vaticano II

Di Massimo Naro

Da ogni avvenimento, anche in un’ottica religiosa, si può distillare qualche insegnamento. Difatti la fede può indurre a cogliere degli insegnamenti peculiari, che altrimenti sarebbe improbabile ricavare da frangenti dolorosi come l’attuale pandemia. Il Vaticano II ha dato dei buoni suggerimenti a tal proposito. Per esempio, al n. 46 di Gaudium et spes si legge che i cristiani dovrebbero saper…

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