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Sessantatre anni orsono – ero allora allievo dell’Accademia Aeronautica di Nisida – la guerra era terminata non da molto e l’Italia ne portava ancora le ferite. Ma stava rinascendo. L’adesione alla Nato e a ciò che sarebbe diventata l’Unione Europea erano ai primi passi e una parte del Paese ambiva partecipare attivamente, forse per orgoglio e desiderio di riscatto. Ricordo ancora con chiarezza una frase che citavano i docenti di Arte Militare: “ … in un Paese che conta, le Forze Armate, con la volontà del governo e la qualità dell’industria, sono fattore di potenza e strumento di politica della nazione”. Sono parole che, in questo 2019, continuano a ronzarmi nella mente.

Invece, niente. Solo in questo ultimo scorcio d’anno si è notato che un certo interesse per industria, forze armate e politica estera sta facendo timidamente capolino. Ma sarà arduo recuperare il tempo perduto, dato e non concesso che lo si voglia davvero. Nei primi otto mesi, nulla di fatto: solo una puntigliosa fissazione su forze armate duali con capacità civili-militari come concetto di fondo, e non – questo sì che è logico ed utile – come capacità residua fatti salvi i compiti di istituto. Idem per i mezzi. Hanno fatto il giro del mondo, facendoci arrossire, le giustificazioni al varo della portaerei Cavour, scesa in acqua ancora senza lo sky-jump per il lancio degli F-35. Chi si aspettava si dicesse che questo gioiello della nostra cantieristica militare è oggetto di invidia delle marine mediterranee ed è indispensabile per il nostro sistema di difesa e controllo del mare, è rimasto deluso. Si è preferito infatti porre l’accento sulla capacità come nave ospedale per il soccorso ai civili in caso di calamità naturali.

Ridicolo, fantasioso ed ingiusto non solo verso la nostra Marina, ma sopra tutto verso l’eccellenza della nostra cantieristica militare. Si è poi notata una certa sottovalutazione della capacità dei vertici militari di esprimere al vertice politico consigli, pareri ed idee sul futuro, in favore della sopravalutazione di sconosciuti consiglieri, sicuramente degne persone. Ma con quale esperienza? Al di là dell’estemporaneità di alcune goffe espressioni, per gran parte dell’anno si è osservata scarsa attenzione di tutta la compagine governativa per ogni questione riguardante le forze armate. Ricordiamo solo l’inutile blocco dei programmi missilistici dell’Esercito, i ritardi sulle proroghe delle missioni internazionali, lo schiaffo tentato verso un valoroso generale paracadutista per aver difeso, il 25 aprile, la dignità delle forze armate nel corso di una cerimonia trasformata in comizio, il discredito internazionale per le tergiversazioni sull’F-35 ed il ritardato pagamento di quelli già immatricolati, e tanti altri episodi minori che hanno contribuito ad allontanare le forze armate dal vertice politico.

Segnali di segno opposto, fortunatamente, sono arrivati a partire da settembre scorso. Una relazione, efficacemente spiegata davanti alle Commissioni Difesa, ha ripreso in modo corretto, concreto ed attendibile la programmazione per il prossimo triennio. Nuove proposte sono state avanzate, e successivamente riprese. Sotto questo aspetto – a meno di sempre possibili sovvertimenti – il 2020 si apre in modo sufficientemente sereno. Complesso nei suoi sviluppi, appare però sostenibile e condiviso. Le missioni internazionali, è stato detto con chiarezza, continueranno ad essere uno degli strumenti disponibili per la politica estera.

Quest’ultima, per mesi quasi assente, dovrà trovare la forza di cominciare a svilupparsi con maggior coraggio ed iniziativa, senza limitarsi a rimanere pigramente adagiata sulle posizioni dell’Unione e dell’Onu. E non per questo correndo meno rischi. In questi giorni, infatti,  guardiamo alla quarta sponda con crescente apprensione. Se gli strumenti di politica ci sono, usiamoli. Con giudizio, ma va fatto. A volte la diplomazia, se basata esclusivamente su sacrosanti principi, con i prepotenti potrebbe non funzionare.

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