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La seria situazione emergenziale che l’Italia sta fronteggiando avrà fra le sue conseguenze anche quella di prolungare l’attesa per le nomine che riguardano i vertici delle società a partecipazione pubblica. Paradossalmente però tali nomine finiranno per avere una importanza ancora maggiore rispetto al passato perché l’immagine di una Italia colpita dal coronavirus ha indubbiamente ricevuto un duro colpo.

Perché mai le prossime nomine potrebbero, allora, attutire le conseguenze negative della situazione che il nostro Paese sta attraversando e che ha accentuato un isolamento che per la verità preesisteva a causa di politiche internazionali superficiali quando non errate? Intanto perché a quelle nomine non guarda la “provincia” italiana, bensì le borse mondiali, i grandi risparmiatori, i concorrenti internazionali come pure i possibili partner in giro per il mondo.

E poi perché la politica imprenditoriale dei grandi gruppi di peso internazionale ormai viene collocata all’interno della strategia geopolitica degli Stati e delle aree mondiali più dinamiche ed evolute. Basterebbero queste due considerazioni per comprendere il valore del passo che si dovrà compiere rinnovando le numerose dirigenze in scadenza, un vero e proprio esercito qualificato che dovrà fare la sua parte, importante, nell’esprimere la vocazione internazionale del nostro Paese, la sua visione geopolitica appunto.

Coloro che ci osservano del resto sono giudici tanto esigenti quanto inappellabili, visto che rappresentano il motore della finanza mondiale ed al tempo stesso condizionano scelte di governi ed intere economie. Poteva sembrare che con lo sfarinamento dei partiti e la riduzione a poche unità dei grandi gruppi presenti nella nostra economia, questa storia della nomine fosse destinata a declassarsi. Ed invece esse appaiono più importanti che mai.

Inutile appellarsi a criteri rigorosamente imprenditoriali o nascondersi dietro di essi. Lo si è fatto da sempre, ma in realtà lo zampino della politica e dei suoi criteri non è mai mancato. Tanto da mantenere talvolta in piedi maggioranze assai claudicanti, o esperienze governative prive di un domani. Il problema però esiste e riguarda la qualità delle scelte da compiere, il ruolo dello Stato nella politica industriale del Paese, il valore che si va ad attribuire all’azione dei nuovi vertici dei grandi gruppi nell’interesse più generale della nostra economia e del nostro sviluppo.

A voler essere maliziosi si potrebbe dire che ci si trova di fronte al paradosso di una classe politica che mostra di muoversi a scartamento ridotto, chiamata ad indicare invece figure di provata intelligenza e di sicura competenza. Eppure questo è un momento di decisioni dalle quali dipende non solo il futuro di quelle importanti imprese ma anche un pezzo non irrilevante delle nostre possibilità di ripresa, ora per di più che il Paese è stato ributtato indietro dalla drammatica vicenda del virus. Sperando che quell’indietro non significhi un’altra recessione.

Stiamo parlando infatti di colossi come Eni, Enel, Poste, Leonardo ed altri ancora. C’è il meglio di un mondo industriale che si è però assai assottigliato, che ha fallito almeno in pare la prova delle privatizzazioni che hanno allontanato lo Stato dal compito di indirizzare la politica industriale, allargando al contempo con la concorrenza gli spazi per far crescere nuove attività imprenditoriali in grado di competere nel mondo.

In tal senso dovrebbe acquistare evidenza nella scelta dei nuovi capitani di questi gruppi anche le loro convinzioni circa la adesione ad un nuovo progetto industriale del Paese che ci faccia mantenere vitale la fisionomia di Paese manifatturiero e competitivo sui mercati internazionali, come pure motore per orientare le prospettive della nostra economia interna che deve fare i conti con l’evoluzione tecnologica e la non rinviabile integrazione con le tematiche ambientali e quelle relative alle diseguaglianze economiche e sociali esistenti.

Ed ha bisogno di conseguenza dell’apporto di quelle realtà produttive più in grado di sviluppare conoscenze ed innovazione. L’Italia ha bisogno dunque di essere rappresentata al migliore livello possibile, proprio perché deve riguadagnare anche così posizioni nella “stima” internazionale, ma al tempo stesso deve impedire di “provincializzare” sempre di più la sua vocazione imprenditoriale il che equivarrebbe in realtà a far deperire ancor di più il nostro già stressato tessuto produttivo.

Sarebbe allora un atteggiamento di buon senso evitare la solita rappresentazione sulla più o meno riuscita di una improbabile depoliticizzazione, favorendo invece la ricerca di opzioni in grado di far sostenere ai nostri gruppi industriali più conosciuti e significativi un ruolo propulsore sul piano internazionale ed interno collegato ad una progettualità che va costruita certo dal governo ma non senza un confronto con le parti sociali con il loro contributo di idee e proposte sulle scelte da compiere ed anche sulle relazioni industriali più efficaci per far procedere con successo questa fondamentale presenza internazionale.

E non sarebbe male che nella cultura imprenditoriale dei nuovi gruppi dirigenti fosse radicata anche la consapevolezza che si debba procedere con gradualità ma senza rinviare la questione verso forme di partecipazione di lavoratori e rappresentanti sindacali che non sarebbero altro che la presa d’atto dei cambiamenti del lavoro, della maggiore importanza da attribuire alla conoscenza, alla esperienza, alla qualità del lavoro da svolgere.

In forme attuali si tratterebbe in pratica di ripercorrere stagioni della impresa pubblica che hanno visto lavoratori e sindacati essere interlocutori reali dei processi produttivi e della organizzazione del lavoro. In cima alle nostre attenzioni c’è ovviamente la dignità del lavoro, ma oggi e più ancora in futuro ci sarà l’esigenza di riorganizzare in continuazione lavori e conoscenze. Uno schema avanzato di relazioni industriali in questa direzione può essere prezioso per tutti. Anche per quei governi che sapranno guardare avanti, oltre gli interessi di parte contingenti e le logiche di potere temporaneo.

Sulle nomine delle partecipate è ora il tempo delle scelte. Parla Pirani

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