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Tre scenari, nessun happy ending per Recep Tayipp Erdogan. La crisi fra Turchia, Siria e Russia a Idlib non promette bene per il sultano, dice a Formiche.net William Wechsler,  direttore del Rafik Hariri Center dell’Atlantic Council di Washington DC, vice sottosegretario alla Difesa con delega alle operazioni speciali e alla lotta al terrorismo con Barack Obama.

Erdogan andrà fino in fondo?

Mi sembra ci siano tre scenari, e nessuno dei tre finisce granché bene per la Turchia. Il più probabile è un ritorno allo status quo. Dopo uno scontro limitato con le forze siriane, Erdogan farà un passo indietro. L’Europa, dopo tante dichiarazioni roboanti, verserà una gran somma di denaro ad Ankara per tenersi i rifugiati.

Il meno probabile?

A fronte dell’aggravarsi della crisi dei migranti, l’Europa assume una posizione più assertiva, e si impegna in una vera mediazione per fermare l’escalation a Idlib. Ne dubito, visto che finora si è limitata a organizzare conferenze stampa.

In mezzo? Uno scontro frontale fra Ankara e Mosca?

Se si arriva allo scontro, non potrà che essere una guerra aperta. Quel che sta succedendo al confine di Idlib già oggi non ha nulla a che vedere con una guerra per procura. Diversi analisti ritengono che la guerra sia in corso, ritenendo la Russia responsabile del bombardamento sulle forze turche a Idlib. Non lo escludo, ma poco importa: sia Ankara che Mosca hanno tutto l’interesse a non far uscire la verità. Questo terzo scenario può avere ulteriori complicazioni.

La Turchia è un Paese membro della Nato.

Esatto. Ora sono finite sotto attacco truppe turche fuori confine. Cosa succederebbe se domani, in una guerra Russia-Turchia, dei soldati turchi dovessero essere colpiti da un bombardamento russo all’interno dei confini territoriali, anche di pochi chilometri? Sarebbe il primo attacco contro un membro della Nato, sul suo territorio.

E scatterebbe l’articolo 5 del Trattato: la difesa collettiva. Non si era già verificata una situazione simile nel 2015, quando la Turchia ha abbattuto un aereo russo in Siria?

All’epoca però Erdogan aveva tutto l’interesse a fermare l’escalation, e infatti ci è riuscito. Poco dopo, ha avviato i contatti per acquistare il sistema missilistico russo S-400. Se oggi accadesse una cosa del genere, l’opinione pubblica e la pressione mediatica costringerebbero Erdogan a chiedere un intervento della Nato, con conseguenze imprevedibili.

Come si muoveranno gli altri attori mediorientali? Sembra che alcuni Paesi del Golfo abbiano riavviato i contatti con Assad.

Ci sono più geometrie variabili nelle alleanze in Medio Oriente. Il Qatar è stato sempre alleato con la Turchia, e ha dato copertura ad alcuni dei peggiori elementi in Siria. Gli altri Stati del Golfo sembrano propensi a lasciarsi alle spalle la guerra siriana, vogliono uscirne. Non è un caso che, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti abbiano inaugurato il loro consolato a Damasco.

La Siria accusa il governo turco di coprire decine di organizzazioni jihadiste sul suo territorio. È così?

La verità? Fatta eccezione per gli Stati Uniti, non c’è un solo Paese nella regione che non abbia chiuso un occhio sui gruppi jihadisti in Siria. Ufficialmente, sono tutti in Siria per combattere i terroristi. I fatti dicono altro. Anche Assad ha permesso a diversi gruppi jihadisti di spostarsi verso il Nord del Paese.

Fino a che punto Putin è pronto a difendere il governo di Damasco? La Russia viene fuori da anni di guerra estenuante in Siria.

Estenuante sì, ma non molto costosa. Un investimento di denaro relativamente piccolo, per un guadagno strategico molto grande. Dagli anni ’70 agli anni ’90 la Russia è stata cacciata via dal Medio Oriente. Oggi è uno dei più grandi player dell’intera regione, e tutto questo grazie a qualche unità di aviazione, un po’ di truppe di terra, e molti mercenari.

Quindi il rischio di uno scontro armato con i turchi c’è?

Credo che i russi stiano mettendo alla prova i turchi. Potrebbero riservare altre sorprese, e sferrare una contro-offensiva per allontanarli da Idlib. In fondo, però, il vero obiettivo di Putin è innescare un tutti contro tutti fra gli attori in gioco. Lo fa in Europa, ci sta riuscendo in Medio Oriente.

A proposito di Europa: riuscirà a fermare Erdogan e il flusso di migranti che sta riversando nel Vecchio Continente?

L’Europa vive un momento di grande frustrazione, perché si rende conto di non essere in partita. In Siria non ha mai davvero messo piede, ha dato un contributo perfino inferiore a quello degli Stati Uniti, che di per sé era modesto ma almeno poteva contare su un supporto militare e logistico. Per il momento non può che attendere, come in Libia.

Cosa c’entra la crisi libica con quella al confine turco-siriano?

Le ramificazioni fra i due scenari di crisi sono più di quanto non possa sembrare. In Libia come in Siria Russia e Turchia sono su due trincee opposte.

Ma la Russia in Libia ha investito molto meno.

È vero, si è mossa per lo più attraverso mercenari, ma sono ben armati e hanno copertura logistica. I russi hanno il controllo dell’economia, stampano denaro nell’Est del Paese. Mosca al pari di Ankara ha capito che avere una quota di controllo nel traffico dei migranti significa avere un’arma formidabile contro l’Europa.

 

Erdogan perderà contro Putin, per tre ragioni. Parla Wechsler (Atlantic Council)

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