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Il mondo del lavoro, della fabbrica, dell’industria, è cambiato da molto tempo. Peccato che l’Italia e i suoi governi abbiano dovuto attendere il coronavirus per accorgersene. Meglio tardi che mai, si dirà. Forse, ma forse anche no. L’epidemia che ha stravolto la nostra economia in questo primo scampolo di 2020 deve far riflettere i palazzi del potere. E molto, dice a Formiche.net, Marco Bentivogli, leader della Fim-Cisl, la federazione dei metalmeccanici della Cisl.

Bentivogli, il coronavirus ha cambiato il modo di lavorare, nell’azienda e nella fabbrica. Pensiamo allo smart working. Eppure si ha la sensazione che l’Italia arrivi a certe prese di coscienza solo quando ci sono emergenze e calamità. Lei che ne pensa?

Adesso tutti hanno scoperto lo smart working, anche se qualcuno, compresi i media, continuano a confonderlo con il telelavoro ma si tratta di altro. Sia chiaro, in emergenza si fa quel che si può e che serve, ma nulla sarà come prima. Ma bisogna capire che siamo usciti da tempo dal modello fordista: tempo e spazio di lavoro sono cambiati e vanno modellati per venire incontro alle esigenze della vita delle persone, questo a prescindere dall’emergenza in corso. Perché così facendo, non solo si facilita la vita delle persone, con benefici sull’ambiente e sulla vivibilità delle nostre città ma si hanno anche aumenti sostanziali di produttività e redditività delle imprese. Il benessere dei lavoratori è un ingrediente decisivo per la produttività.

Dunque viva lo smart working?

Diciamo che oggi la tecnologia permette modalità di lavoro agile, anche se non s’improvvisa e richiede organizzazione e condivisione. Per questo anche le aziende sbagliano a condividere la retorica degli italiani bravi a gestire le emergenze. In questa affermazione c’è un’auto-ammissione di miopia e di incapacità di pianificazione e ciò denota un problema culturale di fondo. Un Paese come l’Italia non può permettersi improvvisazioni. Siamo davanti a trasformazioni epocali: dal clima, alla demografia, alla tecnologia. Servono preparazione, visione, pianificazione, progettazione. Non si può sempre improvvisare.

E il coronavirus c’entra qualcosa?

Sì. Oggi possiamo far leva sull’epidemia per sconfiggere questo virus italico di vivere sempre in emergenza, muovendoci d’anticipo, progettando e orientando il cambiamento tenendo al centro delle trasformazioni l’uomo.

Il governo ha messo in campo alcune misure che però sembrano aver di fatto paralizzato parte della nostra economia. Lei che ne pensa?

Le prime misure prese dalla politica hanno riguardato le gite scolastiche e gli stadi dopodiché si è parlato subito di sussidi a pioggia. Gli aiuti alle imprese vanno bene nelle zone rosse, non per tutti. Questa idea di dare sussidi a pioggia non ha alcun senso se non dentro una semplicistica logica di gestione della crisi secondo un collaudato modello propagandistico. Utile forse a tener buone le imprese per qualche mese ma deleterio sul medio e lungo periodo.

Dove ha sbagliato la politica?

Situazione sanitaria a parte, vedo che cominciano ad avere grossi problemi di forniture dalla Cina aziende metalmeccaniche, biomedicali, dell’automotive come la Bentel Security in Abruzzo o la Magneti Marelli a Corbetta. Ecco, questa emergenza sanitaria ci ha ricordato la complessità del lavoro oggi e che siamo tutti interdipendenti dentro le catene globali del valore. Questo presuppone una grande capacità di analisi e non possiamo avere al governo ministri inconsapevoli del funzionamento delle fabbriche globali e delle loro supply chain. Il risultato di tutto questo è che queste problematiche investono solo in Lombardia 21.380 lavoratori metalmeccanici in 149 imprese interessate. Nella sola zona rossa lombarda 2.800 lavoratori metalmeccanici a casa per chiusura delle loro imprese. La paralisi di Mta proprio a Codogno rischia a breve di bloccare alcuni grandi stabilimenti italiani del gruppo Fca.

L’Italia dopo il coronavirus. Secondo Bentivogli ci sarà un nuovo modello di lavoro e di produzione?

Questo virus sta ricordando a tutti che l’industria ha un peso sull’economia reale, quella fatta di cose concrete e palpabili, di pezzi di ricambio e forniture, che la prossimità di produzioni è un valore da preservare almeno per le filiere strategiche. Per questo, contrariamente alla retorica di una certa politica, dobbiamo tenerci strette produzioni strategiche come l’acciaio, l’automotive, il biomedicale. Quanti sanno ad esempio che da Wuhan a Codogno i tamponi per lo screening del covid-19 sono prodotti da un’azienda bresciana?

Qualche osservatore ha parlato di nuovi equilibri mondiali, una volta che l’epidemia sarà finita…

Sicuramente la globalizzazione dopo questa crisi sanitaria-economica non sarà più la stessa, anche se non credo alla facile e strumentale ricetta di chi fa leva sulla paura e dice che bisogna rinchiudersi dentro le proprie frontiere. Anzi, l’umanità cresce e trova soluzioni ai propri mali grazie agli scambi, è sempre stato così, basterebbe rileggere Jared Diamod, per capire che negli ultimi 13 mila anni l’umanità ha avuto a che fare con queste problematiche. Oggi però mi chiedo solo per quale motivo abbiamo dovuto attendere il crollo del Ponte Morandi e il coronavirus per discutere del fatto che il mondo del lavoro è cambiato e che la logica del capo del personale che controlla i suoi dipendenti, confondendo la presenza con la produttività, danneggia benessere dei lavoratori e produttività allo stesso tempo.

Lei magari è un visionario. Ma non è che ci sono di mezzo anche certi sindacati, talvolta restii al cambiamento?

Quando 4-5 anni fa iniziai a parlare di smart working ci fu una reazione, purtroppo anche di gran parte del mondo sindacale, di chiusura. Gridarono ‘difendiamo le otto ore’. Allora come oggi credo che la bandiera della libertà di orario sia da impugnare saldamente.

Lei parla spesso di produttività. Ieri l’Ocse ci ha tagliato ancora il Pil. Di questo passo andremo sottozero, se non lo siamo già…

Questa crisi ha accelerato un processo recessivo che già era in atto nel nostro Paese. D’altra parte quando si continua a dire che possiamo fare a meno dell’acciaio, se si cambiano le regole ogni mese, se si danno incentivi senza ratio – penso all’automotive – stento a capire la linea di confine tra impatto sul Pil dovuto alla pesante crisi sanitaria in atto e le scelte del governo sull’industria.

Chiaro. Ma in qualche modo dobbiamo uscirne. Consigli a Palazzo Chigi?

Nell’immediato serve sbloccare subito le forniture dalla Cina e contemporaneamente farla finita con questa cultura anti-industriale e a-industriale che penalizza il nostro Paese, insieme al suo limitante apparato burocratico e normativo. Bisogna rendersi conto che l’industria per il nostro Paese è vitale ma serve cambiare cultura e metodo. No a improvvisazioni ma pianificazione e progettazione immaginando il nostro Paese tra trenta, cinquant’anni. Con scelte adeguate e sistemiche il Covid19 potrebbe persino favorire la nostra reindustrializzazione!

Allora non tutto il male…

Cogliamo questa occasione per affrontare in modo serio alcuni nodi cruciali come quello della produttività del lavoro. Siamo in mezzo a 3 grandi trasformazioni: digitale, demografica e climatica. Per molti sono sfide, cooperiamo con loro alla ricerca delle strade per gestire le transizioni e lasciamo incompetenza e paura a chi guarda al futuro con lo specchietto retrovisore.

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