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Che cosa è accaduto al Pd, dal Lingotto alla scorsa estate? Al di là degli esiti elettorali, che comunque lo hanno visto al governo per complessivi otto anni a sostegno dei premier Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte bis, quale è stata la cartina di tornasole che ha mutato orizzonti e prospettive? Oggi è protofanica la crisi di intenti e di programmi con il M5s: ma come si è passati da possibili convergenze parallele in via emergenziale (così come accade ad esempio in Germania con la GroKo, anche’essa però in crisi a vantaggio di Verdi e Afd) ad una serie di scogli insormontabili come Mes, manovra, Ilva e Alitalia?

LINGOTTO

Nella storica fabbrica della Fiat il 27 giugno del 2007 Walter Veltroni, supportato dai famosi 33 fogli programmatici, mise un punto fisso in quella che sarebbe stata la mission dei dem: scrivere la parola fine alle tensioni maturate all’interno dell’Unione prodiana, per abbracciare una visione di insieme, poggiata su un perimetro diametralmente opposto. Fu quello il primo passo verso una direzione di marcia maggioritaria (supportata evidentemente da una legge elettorale non più proporzionale come l’attuale che rappresenta uno squilibrio), condotta attraverso un manifesto politico basato su tre elementi: uno status ideale di centrosinistra, l’imprescindibile valore della giustizia sociale, l’attenzione “costituzionale” al lavoro.

2008

Il frutto di quella svolta fu la sconfitta (onorevole) alle elezioni politiche del 2008 (anche in quei giorni c’era in discussione in tema Alitalia) con la nascita del governo Berlusconi IV, che per la cronaca fu il secondo governo più longevo della storia della Repubblica Italiana (in carica fino al 16 novembre 2011 per un totale di 1 287 giorni) prima della parentesi tecnica con Mario Monti. In quelle urne il Pd toccò il 33% e complessivamente la coalizione di centrosinistra il 37%: altri numeri rispetto al quadro attuale che vede i dem al 22%. Nel mezzo la Segreteria targata Renzi, con ancora un Pd a vocazione maggioritaria, l’obiettivo che nelle intenzioni del senatore di Rignano poteva essere raggiunto con l’Italicum.

VETRONI DIXIT

Come e quanto ha inciso nell’universo del centrosinistra la parentesi grillina? Per analizzare il trend è utile un passo indietro ancora una volta rivolto verso il Lingotto. In quel discorso Veltroni anticipò di fatto un tema che nel recente passato anti-casta è stato cavalcato anche dal M5s e che ha portato alla legge sul taglio dei parlamentari. L’ex sindaco di Roma disse testualmente: “Perché se i parlamentari eletti direttamente sono 577 in Francia, 646 in Gran Bretagna, 614 in Germania e 435 negli Stati Uniti, in Italia ci devono essere mille tra deputati e senatori?”. E ancora: “Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento?”.

Temi che, senza artifizi bizantini, conducevano da un lato ad una certa visione della macchina amministrativa e dall’altro prefiguravano un partito moderno, chiaramente all’americana, con non solo un bipolarismo che in seguito qualcuno definì muscolare, ma sostanzialmente in grado di pensare, programmare e quindi decidere una volta per tutte.

POST NAZARENO

Il fatto che il taglio dei parlamentari, inizialmente proposto da Veltroni, in seguito finito nella riforma renziana e poi di fatto applicato dal M5s (che però nel frattempo si era mostrato in antitesi alle proposte del passato) dimostra che comunque quello spunto rappresentava un’idea che intercettava il favore dei cittadini, che poteva portare ad un cambio di passo per il sistema-Paese e infine che marchiava quel Pd in modo definitivo sin dalla sua primogenitura al Lingotto.

Lo stravolgimento attuato dalla segreteria di Zingaretti si è manifestato in occasione della crisi agostana anche con un cambio rapido di soluzioni: il governatore del Lazio era stato tra i primi a premere per un ritorno alle urne, salvo poi piegarsi verso il progetto dell’unione in salsa prodiana con il M5s, ma scontrandosi, poi, con il medesimo piglio che aveva condotto alla rottura del contratto giallo-verde. Persino uno dei fautori di questa maggioranza, come Goffredo Bettini, qualche giorno fa (dopo il tweet iper pessimista di Pierluigi Castagnetti), ha mostrato scetticismo sulla tenuta dell’alleanza.

QUALE REGIA PER ZINGARETTI?

Oggi dunque la guida zingarettiana del Pd, al netto delle problematiche di convivenza con il M5s che secondo alcuni si trasformerà in “liberi tutti” dopo l’approvazione della manovra, porta in grembo tre elementi programmatici: l’idea di consolidare nelle urne quel secondo posto nei sondaggi, pur di dare una forma più snella ma coerente al partito; la chiara matrice sociale, di sinistra (e pro Ue (senza se e senza ma) come controcanto al sovranismo di Lega e Fdi; gettare una ciambella di salvataggio ai centristi che non guardano più a destra come ai tempi del Pdl ma al contempo si rendono conto che occorre un nuovo schema che bypassi l’imbuto grillino. Se il tutto fosse corredato da un leaderismo più spiccato, forse potrebbe essere più semplice del previsto consolidare quel secondo posto. Ma ai lati del Segretario Renzi e Calenda, pur con numeri decisamente diversi, sperano comunque di giocare la loro partita.

twitter@FDepalo

 

Pd-M5S, da convergenze parallele a scoglio insormontabile

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