Skip to main content

Non bisogna mai dimenticare che, fin dal sesto secolo d.C. in poi, lo spostamento di tribù di etnia turca verso i territori persiani ha generato una diaspora turca in Iran che equivale, oggi, a circa la metà della attuale popolazione iraniana. Gli sciiti turchi in Iran sono stati sempre, ovviamente, a favore di una pace stabile tra i due Paesi, fin dalla “Pace di Zuhab”, che ha definito i confini tra i due Paesi, siglata nel 1639.

I rapporti stabili e continui tra l’Iran e la Turchia moderni ritornano ad un relativo fulgore con l’arrivo al potere dell’AKP di Erdogan nel 2002, un partito, peraltro, nato da una costola della Fratellanza Musulmana turca.

Da lì inizia, oltre che la politica estera del neo-ottomanismo e del nuovo rilievo dell’Asia Centrale nella proiezione di potenza di Ankara, l’idea del ministro degli Esteri del primo governo Erdogan, Davutoglu, il quale teorizza il principio del “nessun contrasto con i vicini”.

Se prima la Turchia era proiettata, in modo oggettivamente anomalo, verso l’Ovest europeo e il Mediterraneo occidentale, dai Balcani all’Italia, l’”islam moderato” di Davutoglu (usiamo qui una delle più note sciocchezze del gergo geopolitico occidentale) pensa invece all’Asia, alla ricostruzione pan-turca di una nuova influenza di Ankara che va dall’Iran, appunto, fino ai confini della Cina ed oltre, verso lo Xingkiang islamico e di etnia turca.

A lato di questo originale impegno in Asia Centrale, Erdogan utilizza il nuovo prestigio internazionale turco per creare una sua azione autonoma in Medio Oriente.

Poi, tra l’Iran e la Turchia arriva l’accordo di fatto nel quadrante siriano, soprattutto date le rivendicazioni curde, che riguardano pericolosamente sia Ankara che Teheran.

Se i curdi iraqeni si rendono indipendenti, l’Iran vede diminuire di conseguenza l’influenza degli sciiti iraqeni, quindi si decurta anche l’influenza iraniana sull’Iraq, che è da tempo una enclave di fatto dell’Iran.

Per i turchi, poi, l’accordo con l’Iran e con la Federazione Russa è una via obbligata per chiudere lo spazio di manovra del PKK curdo in Siria, sostenuto, come le altre fazioni del popolo curdo, soprattutto dagli Usa.

Sia l’Iran che la Turchia non riconoscono poi il risultato del referendum curdo del 2017, che riguardava l’indipendenza del Kurdistan iraqeno. È proprio in quell’anno che si disegna, con un incontro tra i rispettivi capi di Stato Maggiore, un’alleanza militare stabile tra Ankara e Teheran. Alleanza che riguarda anche possibili azioni comuni.

Hanno anche, i due Paesi, degli avversari islamici: sia l’Iran che la Turchia temono, in particolare, la costruzione di un nuovo asse tra sauditi, Emirati e Egitto, sostenuto dagli Usa, asse che è soprattutto anti-turco, visti gli interessi di Ankara verso il Golfo Persico e l’Africa (con il Maghreb) e certamente esso è anche un asse anti-iraniano.

Se poi, però, Ankara ha utilizzato al massimo i nuovi spazi creati dalle follie Usa delle primavere arabe, Teheran ha correttamente analizzato le Arab Springs soprattutto come una minaccia a sé, alla sua sicurezza, e ai suoi interessi nel mondo arabo e islamico.

Poi, non bisogna dimenticare che l’inizio della guerra in Siria ha però portato ai ferri corti i rapporti turco-iraniani: Ankara sosteneva apertamente la rivolta sunnita anti-Bashar el Assad, addirittura fornendo uomini e armi ai gruppi “ribelli”, Teheran è stata, fin dall’inizio, dalla parte di Bashar. Ma, oggi, il calcolo strategico è evidentemente a favore di una alleanza tra i due Paesi. Rimane un legame economico, tra Turchia e Iran, peraltro non particolarmente forte: Teheran è fornitore, per il 20%, del gas naturale consumato in Turchia e del 30% del petrolio.

Il volume degli scambi commerciali non-oil tra i due Paesi è comunque, ancora oggi, minore di 10 miliardi di Usd l’anno. E rimane anche un non trascurabile différend strategico: Idlib. Ancora in mano ai “ribelli” jihadisti, la Turchia li sostiene mentre Teheran li assedia. Chi vince a Idlib, pur con la presenza egemone della Russia, avrà, nello scontro regionale tra Turchia e Iran, una sorta di “manomorta” sul resto della Siria.

In Iraq, poi, Ankara tende a proteggere la popolazione sunnita, minoritaria, mentre Teheran è ormai il potere, di fatto, nel maggioritario Iraq sciita. E la Turchia ha sempre giocato molti e complessi ruoli in Iraq, anche prima della vittoria Usa nella guerra contro Saddam Hussein.

Ma, ancora, la Turchia ha sempre rifiutato le pressioni, anche statunitensi, di legarsi ai produttori sunniti del Golfo, sauditi ed Emirati; ed ha sempre programmato una forte diversificazione delle sue importazioni di greggio anche con acquisti dall’Iran, il che implica una correlazione strategica inevitabile con Teheran.

Per non parlare del fatto che l’Iran, sul piano strategico ed energetico, ha un grande programma: evitare stabilmente il Golfo di Hormuz e far passare gran parte del gas naturale e del petrolio che estrae dal territorio turco, il che eviterebbe ogni ricatto possibile da parte dei sauditi e dei loro alleati, islamici o meno.

Nel caso dei rapporti tra Ankara e Washington, l’altro inevitabile corno del dilemma strategico turco, gli Usa non hanno finora coperto, con la loro potenza economica, i danni alla Turchia derivanti dalle sanzioni all’Iran.

Poi, nessuno ha ancora dato un qualche sostegno, a parte l’UE e per solo una piccola parte, alla “fatica” economica e politica turca di dover sostenere 3,6 milioni di profughi siriani che sono rimasti sul proprio territorio.

Quindi, gli Stati Uniti hanno l’assoluta necessità di utilizzare la Turchia, seconda forza militare NATO dopo gli stessi Usa, come antemurale contro l’Iran, ma Ankara ha anche assoluto bisogno di Teheran, dal punto di vista energetico e per la composizione del problema curdo tra Siria e Iraq.

Lo scambio, lo abbiamo già visto, tra Turchia e Iran è semplice: la repubblica sciita sostiene, con un flusso favorevole di petrolio e gas, l’economia turca, che gli Usa non vogliono o non possono più aiutare, mentre Ankara è ormai l’unico passaggio sicuro, per l’Iran, per evitare le sanzioni imposte al petrolio e al gas naturale dagli stessi Usa.

Se quindi l’alleanza tra Iran e Turchia diviene economicamente rilevante, allora non si possono più immaginare scenari tali da permettere agli Usa un contrasto diretto e vincente contro Teheran.

La Turchia, l’Iran e i nuovi equilibri mediorientali

Non bisogna mai dimenticare che, fin dal sesto secolo d.C. in poi, lo spostamento di tribù di etnia turca verso i territori persiani ha generato una diaspora turca in Iran che equivale, oggi, a circa la metà della attuale popolazione iraniana. Gli sciiti turchi in Iran sono stati sempre, ovviamente, a favore di una pace stabile tra i due Paesi,…

Democrazia. Alla ricerca di una nuova sintesi

Avrà un futuro la democrazia? Quante volte ci si è posti nell’ultimo periodo questa domanda! E quante riflessioni allarmate, non solo in Italia, si son fatte sulla “crisi” o, per alcuni, sul tramonto della democrazia. Hanno dato il là i politologi o gli scienziati della politica, i quali, ragionando per lo più con schemi astratti e astratte categorizzazioni, non hanno…

No alla nuova corsa agli armamenti (sì alla deterrenza). Il punto di Jens Stoltenberg

Il Trattato Inf ha ufficialmente terminato la sua efficacia. Stati Uniti e Russia possono ora dispiegare (anche formalmente) missili nucleari a medio raggio sul suolo del Vecchio continente. Una fine annunciata, che però non lascerà necessariamente il posto a una nuova corsa agli armamenti. Lo ha spiegato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, intervenuto oggi a Bruxelles con una…

Digitalizzazione e big data. Ecco come semplificare il turismo

Di Oreste Pollicino e Valerio Lubello

Riforme frenetiche, iperattività e frammentazione: è quanto emerge da un’osservazione puntuale dell’attuale normativa afferente al turismo. In Italia gli interventi quadro del legislatore in materia si sono sovrapposti alle funzioni amministrative affidate agli enti locali, delineando uno scenario a dir poco caotico. Non hanno invertito la tendenza la legge costituzionale 3/2001 (che ha devoluto la materia alla competenza residuale delle…

Perché sulla giustizia è necessario fare un salto di qualità

Il dibattito al calor bianco tra i due azionisti di governo sul tema della giustizia segnala che stiamo girando ancora attorno al nostro dito pollice e non abbiamo capito che bisogna fare un salto di qualità. Proverò qui a segnalare tre o quattro punti emblematici di che cosa intendo dire con “salto di qualità”. GIUSTIZIA CIVILE Ad avere il coraggio…

Vivere nell’Area 51. Il nuovo ruolo politico del fantastico

Ci andate a settembre? Sono ormai 2 milioni le persone che il 20 settembre 2019 invaderanno l’Area 51. Almeno, sono 2 milioni quelle che hanno deciso di aderire all’evento Facebook: “Storm Area 51”, creato dalla pagina “Shitposting cause im in shambles” – curata dall’australiano Jackson Barnes. J. Barnes avrebbe anche un piano di “pacifica” invasione. E le forze dell’ordine in…

Perché Trump fa retromarcia sul nuovo capo degli 007

Il presidente statunitense, Donald Trump, ha improvvisamente abbandonato il suo piano per nominare il deputato John Ratcliffe come Director della National Intelligence? Il repubblicano texano era stato indicato come nuovo Dni dalla Casa Bianca soltanto cinque giorni fa per diventare il principale funzionario dell'intelligence, il direttore dell’ufficio di raccordo di tutte le agenzie di servizi segreti Usa. Ma oggi Trump ha annunciato che…

Il fondo Jci Capital entra in Serenissima

La JCI Capital LTD, società di Asset Management inglese ha concluso l’acquisizione della propria partecipazione in Visione SpA, Holding di controllo di Serenessima SGR, attiva nel Real Estate con 12 fondi per un totale di circa 1,2 miliardi di euro di masse in gestione. L’operazione è interessante anche perché nell’Advisory Board della JCI figurano, oltre a varie figure internazionali, l’ex…

Il valzer gialloverde in politica estera secondo l'ambasciatore Minuto Rizzo

Divisioni, litigi, smentite e dietrofront. A poco più di un anno di convivenza armata a Palazzo Chigi fra Lega e Cinque Stelle i contraccolpi si fanno sentire, anche in politica estera. Qui le distanze si fanno davvero siderali. E il risultato è un valzer continuo che impedisce al Paese di trovare la sua collocazione nel mondo. Non è sempre stato…

Perché le imprese Usa sono preoccupate per il decreto golden power. Parla Crolla (AmCham)

L'esecutivo italiano "deve avere degli strumenti a disposizione che permettano di intervenire per la tutela delle infrastrutture strategiche e degli interessi nazionali". Per questo "sarebbe un segnale politico preoccupante la decisione di far decadere il decreto-legge" che procede "ad un rafforzamento delle prerogative dello Stato" per le nuove reti 5G "senza aver trovato adeguate alternative". A crederlo è Simone Crolla,…

×

Iscriviti alla newsletter