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Il governo Letta è caduto per le contraddizioni interne al Pd, l’esecutivo guidato da Renzi aveva la necessità di mediare con l’Ncd di Alfano solo su tematiche secondarie e lo stesso è poi avvenuto quando a Palazzo Chigi c’era Gentiloni. Solo per restare alla scorsa legislatura, la visione con cui l’Italia prendeva posto nel mondo non è mai stata in discussione. Lo stesso è avvenuto precedentemente per il governo tecnico guidato da Mario Monti.

Questa volta, l’alleanza giallo-verde, sembra invece riportare indietro le lancette dell’orologio a quando il nostro Paese era cerniera tra i due grandi blocchi mondiali: Occidentale e Sovietico. Con la differenza che a quei tempi la nostra classe politica era pienamente consapevole della dicotomia ben visibile tracciata a grandi segni tanto sui libri di geografia che su quelli di storia. Tempi in cui il “compromesso storico” tra la Dc e il Pci degli anni ‘70 aveva comunque delle regole di ingaggio ben precise e una visione per il futuro dell’Italia che procedeva, pur se a strappi, con regole di ingaggio limpide e un indirizzo chiaro a tutti.

La novità rappresentata dall’alleanza grillo-leghista è invece l’incertezza, l’assenza di una visione programmatica sul ruolo da recitare da parte della settima economia del globo nello scenario mondiale. Non si tratta di politica post-ideologica, lì dove vogliono orgogliosamente collocarsi Di Maio e Salvini, ma soprattutto di un’assenza valoriale che rende più complesse scelte che, prima o poi, è necessario conseguire per chi fa politica.

Membri dell’esecutivo si recano a Washington per siglare accordi in ambito Atlantico e contemporaneamente strizzano l’occhio agli investimenti cinesi o ancora assumono posizioni sfumate sulla Russia e, persino, – per restare alla strettissima attualità – sulla crisi venezuelana. Il mondo di oggi ha certamente mutato i suoi equilibri e non è possibile applicare le logiche del passato a quelle attuali. Eppure resta la sensazione che le differenti visioni tra la Lega e il Movimento 5 Stelle abbiano ragioni ben più profonde del semplice “Si” o “No” ad una grande opera come la Torino-Lione. In ballo – come ha ricordato il comunicato del presidente Mattarella al termine del Consiglio Superiore di Difesa – c’è la collocazione dell’Italia nel quadro geopolitico e la decisione sulle alleanze da stringere a livello internazionale per assicurare al nostro Paese una nuova epoca di pace, ricchezza e stabilità. Su questo non è possibile recitare tutte le parti in commedia come è avvenuto sulla Tav.

Non è un caso se questa legislatura è cominciata proprio con la moral-suasion fatta dal Capo dello Stato per la scelta degli uomini da inserire nelle caselle di governo più sensibili ai temi del posizionamento dell’Italia nello scacchiere mondiale. Nodi che, presto o tardi, verranno al pettine e che costringeranno i due partiti di maggioranza ad assumere posizioni sempre più nette. Urge chiarezza. Resta da capire se – come avveniva negli anni della Guerra Fredda – Lega e 5 Stelle ne abbiano la piena consapevolezza. Tav o non Tav sembra questo il tema centrale su cui si ripartirà l’esperienza della legislatura giallo-verde. Ecco perché la crisi tra i due alleati, questa volta, a differenza delle precedenti coalizioni di governo, non può che dirsi sistemica.

Non solo Tav. Tra Salvini e Di Maio non è crisi di governo, ma di sistema

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