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L’Italia resta ancora ferma al palo. O, visto che parliamo di telecomunicazioni, all’antenna. C’era una certa curiosità attorno all’ultimo Consiglio dei ministri, per vedere se questa volta si sarebbe compiuto il grande passo innalzando i limiti elettromagnetici del 5G. Niente da fare, anche stavolta. Nella bozza del provvedimento circolata prima che diventasse ufficiale, veniva scritto che entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge ci si adeguasse alle nuove “accreditate evidenze scientifiche, nel rispetto delle regole, delle raccomandazioni e delle linee dell’Unione europea”. A quanto sarebbe dovuto ammontare il nuovo tetto massimo non era stato chiarito ma si presupponeva il raggiungimento dei 24 volt per metro, dagli attuali 6 volt. A circondare la questione ci sono una serie di polemiche, provenienti soprattutto da ambientalisti e partiti verdi che hanno bollato la norma come “insensata” e a vantaggio dei privati, oltre che rappresentare un rischio per la salute umana. Eppure una maggiore potenza equivale a una diminuzione dei ripetitori. E, quindi, una riduzione del suolo da andare a toccare, riducendo così l’impatto ambientale. Ciononostante, alcuni problemi rimangono e vanno sciolti. Per provarci, Formiche.net ha raggiunto Antonio Capone, professore di Telecomunicazioni al Politecnico di Milano.

Come giudica l’ennesima mancata approvazione in Cdm dell’innalzamento dei limiti elettromagnetici?

C’è una lunga storia di mancata approvazione. Qualunque governo, di qualsiasi colore, politico o tecnico, riesce a risolvere questo problema. È uno di quegli argomenti in cui non si riesce a intervenire. È abbastanza bizzarro, è una decisione che non ha alcun tipo di giustificazione scientifica e di buon senso. Detto questo, che io sappia, c’è una promessa che venga il tema riaffrontato. Non si è voluto inserire dentro un decreto omnibus per una questione di norme super urgenti. Quindi magari c’è ancora speranza in futuro.

Come si comporta il resto d’Europa?

La situazione è veramente di una chiarezza cristallina ma in Italia non si riesce a parlarne con semplicità. Esistono organismi scientifici che valutano quali sono le contromisure da prendere di fronte ai rischi. L’Icnipr (Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) fa meta analisi scientifiche, ovvero rivede tutta la materia per tirar fuori delle linee guida con dei limiti raccomandati, che permettono di proteggere le persone da queste potenziali radiazioni. Quasi la totalità dei Paesi europei ha deciso la sua legislazione con le linee guida. Queste analisi sono una garanzia per tutti, perché fanno un’analisi di tutta la letteratura in materia: rivedere in modo critico ciò che partorisce la comunità scientificità e poi analizza le potenzialità e i rischi. A questo si aggiunge un fatto semplice.

Quale?

Non è da ieri che usiamo onde elettromagnetiche in modo massiccio, sono almeno trent’anni. La cosa strana è che questo organismo ha aggiornato le sue linee guida a distanza di vent’anni.

Cosa vuole intendere?

Se ci fossero state anomalie, dopo vent’anni ci sarebbe stata qualche dimostrazione scientifica su qualche malattia. È stato ribadito che non c’è alcuna evidenza di un incremento di nessun tipo di cancro se si sta a contatto con onde elettromagnetiche entro i limiti raccomandati. Questi limiti sono di 61 volt/metro, in Italia sono 6 volt/metro: dieci volte in meno. Ma se parliamo in potenza, e quindi in watt, il divario con i partner europei è di 100 volte. È come voler illuminare una città con lampadine cento volte inferiori a quelle che hanno Francia e Germania. Il limite che viene raccomandato e che gli altri Stati europei adottano tiene già un margine di precauzione, che è gigantesco. In altri settori questi margini non vengono presi. I limiti delle polveri sottili, spesso violati, si trovano già in una zona in cui anche rispettandoli si riscontrano aumenti di malattie. Ci preoccupiamo dei campi elettromagnetici quando ci sono ampi margini e su altri no. C’è un abbaglio complessivo, preoccupandoci di un qualcosa che non ha alcun senso.

C’è però anche un problema di concorrenza.

Questo è un problema reale e interessante. Quando c’è un limite più alto è come se si creasse uno spazio più alto e quindi posso mettere più antenne sulla stessa torre. C’è il sospetto che su alcune torri si dichiarino potenze più alte per prendere tutto lo spazio disponibile, impedendo ad altri operatori di condividere la stessa torre. Questo è un problema serio, che rende la questione più ingarbugliata. Quando si tenta di mettere insieme una questione che ha a che fare con la concorrenza con quella scientifica, si creano casini. Se esistono problemi di accesso alle torri, va affrontato affinché non si generi un blocco alle infrastrutture. Il tema del limite andrebbe invece separato: se ci sono dei comportamenti non corretti, vanno risolti.

Quali sono i reali rischi ambientali?

Il rischio ambientale non so cosa sia (scherza, ndr). Non è chiaro a cosa fanno riferimento certe organizzazioni. Se ho un limite più basso devo fare più antenne, un limite più alto mi permette di avere un vantaggio. Per gli effetti ambientali dovuti a queste infrastrutture invasive, l’aumento dei limiti ci permette di fare meglio. Le regole sulle emissioni si applicano alle installazioni degli operatori, radiofoniche televisive e via dicendo, ma il mercato dei telefoni è globale. L’iPhone italiano è uguale a quello francese. Quindi i limiti italiani più bassi non si applicano ai parametri dei telefonini, perché non possiamo permettercelo a livello di mercato. La stragrande maggioranza della popolazione è esposta a questi rischi, oltre a quelli delle antenne perché i nostri operatori hanno le mani legate. È una norma asimmetrica.

Qual è l’elemento che ci impedisce di progredire?

Il motivo per cui si è tentato di approvare questo decreto è perché sono state fatte delle indagini. Da alcuni sondaggi demoscopici si è scoperto che, rispetto ai primi anni, le paure degli italiani sul 5G sono diminuite tantissimo. Ma è anche vero che siamo un Paese in cui questo tipo di notizie poco fondate da un punto di vista scientifico prendono piede rispetto ad altri Stati, sono oggettivamente più forti. E la politica ne tiene molto conto. Non si riesce dunque a trovare il consenso per approvare una revisione doverosa della normativa. Risultato: abbiamo norme senza giustificazioni.

Limiti irrazionali alle antenne. L'analisi di Capone (Polimi)

Il Consiglio dei ministri ha rinviato ancora la decisione. Per il professore del Politecnico di Milano le paure che circondano questo tema sono un qualcosa “che non ha alcun tipo di giustificazione scientifica e di buon senso”, sia per la salute dell’uomo che per la salvaguardia dell’ambiente. La fiducia è che nel futuro si possa affrontare l’argomento senza pregiudizi insensati. Altrimenti, il Paese rimarrà indietro

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