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La Cina “investe in tutti i settori, cerca aziende attrattive dal punto di vista delle tecnologie e delle tematiche produttive, dei mercati dei servizi o dell’appeal del brand senza una focalizzazione su determinati settori”. La Russia, invece, “investe soprattutto nel settore delle infrastrutture o in settori che abbiano un legame con la produzione nazionale”. È quanto recita la relazione del Copasir sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo che Formiche.net è in grado di anticipare.

A pagina 6 si legge: “Il Comitato ritiene di mettere in rilievo come il sistema economico nazionale sia stato oggetto di iniziative di acquisizione da parte di soggetti esteri, alcuni dei quali aventi legami più o meno indiretti con strutture statuali non facenti parte del sistema di alleanze euroatlantico”. E con questo si rimanda agli addendum 1 e 2 della relazione.

LE CIFRE

Il primo addendum è riferito alla penetrazione di capitali cinesi nel tessuto economico italiano. Il secondo a quella dei capitali dalla Russia, già finita a maggio nel mirino della relazione del Copasir sull’infodemia durante la crisi del Covid-19 in Italia.

Nella relazione del deputato Enrico Borghi (Partito democratico) e del senatore Francesco Castiello (Movimento 5 stelle) per il Comitato presieduto da Raffaele Volpi (Lega) si sottolinea come le cifre degli investimenti della Russia in Italia siano “decisamente inferiori rispetto a quelle cinesi, sia in termini di numero di imprese italiane controllate da soggetti russi, sia in termini di ammontare di risorse investite nel tessuto produttivo del nostro Paese”.

Negli anni si è registrato un calo degli investimenti diretti esteri provenienti dalla Russia verso l’Italia secondo i dati della Banca d’Italia: da 2,2 miliardi di euro del 2015 a 1,5 miliardi di euro del 2018 (con un minimo di 454 milioni di euro nel 2016). “Tale dato si pone in contrapposizione alla crescita dei flussi cinesi”, si legge nella relazione in cui si sottolinea anche l’impatto delle sanzioni imposte nel febbraio 2014 dall’Unione europea a seguito della crisi tra Russia e Ucraina sulla Crimea: “Potrebbero aver in qualche modo anemizzato la crescita degli investimenti russi in Italia, con ritorsioni da parte russa verso gli investimenti in aziende europee. In tal senso, emblematico risulta essere il caso della società petrolifera russa Rosneft, che ha ceduto le quote di capitale acquistate nell’azienda italiana Saras”, si legge.

PRODUZIONE NAZIONALE NEL MIRINO

A esempio del “legame con la produzione nazionale” degli investimenti russi, il Copasir cita il caso del fondo sovrano russo Russian Direct Investment Fund (RDIF) in Barilla S.p.A., “condizionato all’apertura di uno stabilimento produttivo in Russia, Paese nel quale la Barilla da decenni ormai si approvvigiona di grano e cereali”. Il Comitato ricorda poi che “recentemente il RDIF ha stanziato circa 300 milioni di euro per sviluppare ulteriori progetti di investimento in Italia, attraverso partnership con importanti istituti di sviluppo italiani (Cassa Depositi e Prestiti e FSI), implementando una serie di significativi progetti congiunti in Russia in settori tradizionali e maturi, tra cui infrastrutture di trasporto (insieme ad ANAS S.p.A.), industria dell’energia elettrica (insieme a ENEL S.p.A.), allevamento (insieme ad Inalca) e industria alimentare (insieme a Barilla S.p.A.).

Il rapporto ricorda poi com amministratore delegato del fondo, Kirill Dmitriev, sia stato insignito dell’Ordine della Stella d’Italia a maggio “anche per il supporto fornito dalla Russia all’Italia nel picco del Covid-19”. La dimostrazione della postura del governo italiano, che “sembra finora quella di favorire lo sviluppo di tali progetti, anche attraverso il mantenimento di buoni rapporti diplomatici con i vertici di RDIF”.

COME SI MUOVE MOSCA

La Russia “investe in Italia attraverso RDIF oppure attraverso le filiali di grandi aziende russe (ex monopoliste di Stato), quali ad esempio, Gazprom, Lukoil e Rosneft, prevalentemente attraverso la stipula di progetti congiunti con azionisti italiani e ancor meglio se controparti istituzionali, essendo carente – in tal senso – la cultura imprenditoriale che caratterizza invece la comunità cinese in Italia”, si legge nella relazione. Come nel caso della Cina, però, anche per la Russia “non è possibile intercettare gli investimenti realizzati da soggetti russi attraverso controparti finanziarie quali fondi di investimento, società di gestione del risparmio, società fiduciarie italiane ed estere o società finanziarie”. E ancora, si sottolinea com nel portafoglio di RDIF siano “prevalenti gli investimenti in aziende nazionali russe o in filiali russe di aziende russe estere, in contrapposizione alla strategia di espansione e diversificazione all’estero del fondo sovrano cinese (China Investment Corporation-CIC)”.

Infine, “non è possibile effettuare una comparazione tra il tasso di penetrazione di imprenditori cinesi in Italia e di imprenditori russi, sia in termini di quantità di attività imprenditoriali stabilite sul territorio italiano sia in termini di fatturato”.

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