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Nel mondo del Covid-19 gli Stati Uniti stanno attraversando un periodo difficile, ma il grosso problema è quello di continuare a proiettare la sua influenza politico-militare. Ad oggi qual è lo status delle forze militari statunitensi? Per capirlo Formiche.net ha parlato con Federico Petroni, consigliere scientifico di Limes e presidente di Geopolis.

Partiamo dalla crisi del Covid-19, come influenzerà la politica internazionale di Washington e quali saranno le conseguenze di questa crisi sanitaria per le forze militari americane?

Il virus non cambia lo sguardo degli Stati Uniti al mondo. Semmai, ne approfondisce l’idiosincrasia. L’America vive una fase in cui sembra in guerra con se stessa, in cui riversa sul resto del pianeta le ansie che la assalgono. È pura schizofrenia: sa che per mantenere il proprio primato deve assolvere tutta una serie di compiti tipicamente imperiali, ma al contempo accusa il peso di questo sforzo e vorrebbe privarsene, cosa che ovviamente non può fare interamente. Questa tensione non nasce da Trump: lo precede, ne spiega l’ascesa e gli sopravvivrà. Tanta schizofrenia si traduce in un approccio tattico assai avventato, in cui Washington sembra contro tutti, dai rivali (Russia, Cina, Iran) agli alleati (Germania, Italia, Corea del Sud). In questo quadro, il virus è la tempesta perfetta.

Per quale ragione?

Distrae gli americani dal mantenimento del primato, li costringe a rinunciare a esercitare funzioni che tutti si aspettano che compiano, come guidare la diplomazia degli aiuti, campo in cui invece hanno colpevolmente lasciato il passo alla Cina. In tempi di crisi economica, gli Stati Uniti si concentreranno ancor di più sullo stretto necessario, ma lo faranno con rabbia. Durante l’emergenza epidemica, non hanno tolto il piede dall’acceleratore sulle cosiddette canaglie, Iran e Venezuela, approfondendo l’embargo al primo e provando addirittura ad abbattere il regime del secondo, benché in modo sconclusionato. Dopo un iniziale sbigottimento, sono passati tremendamente all’offensiva nei confronti della Cina, nella certezza che sia ormai impossibile accompagnarne e neutralizzarne l’ascesa: ora l’obiettivo è definitivamente strangolarla, sicuri che la sua crescita si tradurrebbe inevitabilmente in una minaccia per la madrepatria. Anche nei confronti della Russia, non ci sono segnali che Washington sia disposta ad allentare la pressione per giocare Mosca contro Pechino né a togliere qualche bullone dalle strutture pensate per contenere la prima in Europa, dalle sanzioni all’opposizione al gasdotto Nord Stream 2 fino allo schieramento militare a est.

Un caso molto significativo è stata la rimozione del Comandante della Portaerei USS Roosevelt perché ha accusato i vertici della US Navy di non garantire la sicurezza del suo personale, dopo la rivelazione di alcuni contagiati tra i marinai. Quale è la motivazione di questo gesto?

Il capitano Crozier si è reso colpevole di insubordinazione. Ha aggirato la catena di comando e ha divulgato alla stampa l’andamento di un’epidemia a bordo che avrebbe bloccato l’arma più simbolica delle Forze armate statunitensi, una portaerei. L’intento è stato molto umano e lodevole, ma di fatto ha fornito ai cinesi informazioni di rango strategico. Proprio in un periodo in cui Pechino stava aumentando le attività navali nel Mar Cinese Meridionale e attorno a Taiwan. La vicenda comunque è stata gestita come peggio non si potrebbe, trattando molto male un ufficiale che aveva pensato alla salvezza del proprio equipaggio in tempi non di guerra. Peraltro nella Marina sono in molti a pensare che Crozier non sarebbe dovuto essere rimosso dal comando così in fretta e che anzi dovrebbe essere reinsediato. Non è detto che ciò non avvenga.

Nei primi mesi ci sono state accuse e teorie del complotto riguardante l’esercitazione della Nato Defender Europe 2020, annullata dagli stessi comandi Nato a causa dell’emergenza sanitaria. Quanto ha pesato la disinformazione e quanto peserà la mancanza di esercitazioni alle forze armate di Washington?

Defender Europe non è stata annullata, ma ridimensionata e la decisione non l’hanno presa i comandi della Nato bensì gli Stati Uniti stessi. L’epidemia e il contingente americano sono sbarcati in Europa nello stesso istante: questo ha colto impreparate le Forze armate che inizialmente sono andate avanti nonostante lo sdegno popolare. Un grave errore d’immagine: l’indecisione americana però si spiega con l’importanza dell’esercitazione.

Ci spieghi meglio…

Defender doveva ribadire che gli Stati Uniti hanno l’Europa nella loro disponibilità strategica più assoluta, ossia hanno completa libertà di manovra nel continente, ciò che per la Russia e la Cina non è ancora nemmeno un sogno. Serviva dunque a dire che dal Vecchio Continente gli americani non se ne vanno, a dispetto della falsa idea di trovarci in un secolo asiatico. Tuttavia, le prime fasi dell’esercitazione era quelle più importanti e sono state svolte. Un contingente più ridotto è comunque andato dai porti dell’Europa occidentale al fronte orientale. E il messaggio è arrivato forte e chiaro a tutti. Anche se poi è stata ridimensionata, anche se ciò è costato simpatie tra le popolazioni colpite dal virus. La vicenda è esemplare: le Forze armate americane non hanno sospeso tutte le esercitazioni, così come non lo hanno fatto le potenze che ritengono la guerra una dolorosa attualità, penso a Cina, Russia, Iran, Turchia, con queste ultime tre che la guerra continuano a combatterla quotidianamente, dalla Siria alla Libia. Nei teatri che ancora ritengono urgentissimi, gli Stati Uniti mostrano la bandiera, per esempio il Mar Cinese Meridionale o Taiwan. Li accomuna alle altre potenze la sensazione che se si mostrassero deboli, gli avversari accorrerebbero a colmarne il vuoto e gli alleati in preda al panico si getterebbero nelle braccia altrui.

Si è sempre parlato di visione Imperiale di Washington, ma mai di “Impero” perché questo paradosso?

Gli Stati Uniti nascono per distacco da un impero. Ancora prima, le genti che li hanno creati fuggivano dagli imperi europei, da Stati che non concedevano loro la libertà di perseguire come meglio credevano la felicità. Ciò non ha impedito loro di dotarsi, dalla seconda metà dell’Ottocento, di possedimenti oltremare, sempre però nel rifiuto di proclamarsi impero, anche per la convinzione piuttosto razzista che le genti sottomesse non sarebbero potute essere assimilare al ceppo dominante della nazione. C’è poi un motivo di mentalità nazionale: gli Stati Uniti si presuppongono esempio per il mondo, città sulla collina faro dell’umanità, da cui la luce irradia senza però costringere nessuno a condividerne la traiettoria, al massimo a imitarne il percorso. Questi fattori hanno impedito che Washington si dotasse di un impero, pur essendolo nei tratti più profondi. Con mezzi diversi e assai meno onerosi di un impero formale dedito all’annessione, hanno raggiunto risultati diversi, forse addirittura superiori. Ma comunque il loro primato si esplica con modalità tipicamente imperiali, per esempio sostenendo costi del tutto antieconomici per la pura preservazione del potere. Dinamica che si esplica con la protezione militare elargita ai soci e l’apertura del proprio mercato alle nazioni che vogliano commerciarvi.

Per concludere, il Covid-19 come influirà sulle presidenziali e sulla gestione delle sue forze convenzionali?

Prima dello scoppio della malattia, Donald Trump era serenamente avviato verso una rielezione quasi scontata, anche complice un parterre di sfidanti non proprio di primo pelo. Una crisi economica era l’unico fattore che avrebbe potuto impensierirlo. Gli sta capitando la peggiore da decenni, peraltro con una capacità di gestire l’emergenza assai sgangherata. Ma più del numero di persone contagiate, peserà il numero di persone ridotte alla fame. Non il virus, ma le sue conseguenze economiche peseranno sulla sua performance elettorale.

Il Covid-19 estremizza le contraddizioni americane. Petroni (Limes) spiega perché

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