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È tempo di azione, non di grandi rivoluzioni filosofiche. Il “reddito universale” lanciato da Beppe Grillo dopo un lungo silenzio per aiutare le famiglie colpite dalla crisi del coronavirus suona anche bene, ma non è una soluzione fattibile, né opportuna, vista la vecchia e stantia logica da Robin Hood su cui si fonda: tassare i ricchi, le grandi aziende tech, per dare a chi ha di meno. Ne è convinto Luigi Marattin, economista, deputato di Italia Viva e membro della Commissione Bilancio. E se qualcuno la considera un'”idea di sinistra”, si tratta di un approccio “lontano anni luce dal mio”.

Marattin, Grillo vuole tassare “le grandi fortune” e i “grandi colossi digitali e tecnologici” per un reddito universale? È una buona idea?

In questa fase di emergenza (e nella lunga fase di ricostruzione che ci aspetta) non credo sia una buona idea tassare nessuno. Altra cosa sarà, a emergenza e ricostruzione finite, riprendere il discorso su una equa tassazione delle multinazionali del web, un tema su cui le principali organizzazioni internazionali erano al lavoro da tempo.

E il reddito per tutti?

Piuttosto che “reddito universale” (che dà l’idea di un gigantesco e permanente reddito di cittadinanza) preferisco seguire le indicazioni di Draghi, che ricorda che è compito dello Stato garantire a famiglie e imprese la continuità di reddito finché l’emergenza non sarà finita. Quindi preferisco concentrarmi su come disegnare un ristoro temporaneo e congruo, che sia facilmente fruibile da tutti, per evitare di perdere in modo permanente un pezzo della capacità produttiva del paese. E mettermi al lavoro per disegnare la riaccensione dell’economia, che non può tardare all’infinito.

Grillo richiama la Ocasio Cortez e una parte della sinistra americana che ha fatto sue queste proposte. Ma sono davvero proposte di sinistra? Per uscire dalla crisi bisogna prima distribuire o creare ricchezza?

È passato più di un anno da quando scrissi una lunga riflessione su Il Foglio su quanto le categorie politiche tradizionali si siano modificate alla luce dei vent’anni in cui il mondo è cambiato (che vanno dal crollo del Muro alla prima crisi della globalizzazione). Tra le nuove categorie politiche ce n’è una – ben rappresentata dalla Ocasio-Cortez negli Usa, Jeremy Corbyn in UK e il M5S in Italia – secondo cui è molto più importante distribuire ricchezza che crearla, la sostenibilità delle finanze pubbliche e la globalizzazione sono  ostacoli anziché un’opportunità, la tutela dell’ambiente è vissuta in modo ideologico. Un approccio politico rispettabile, proprio perché molto diffuso. Ma distante anni luce dal mio.

Perché?

Perché sono convinto che la globalizzazione abbia ancora molte più opportunità che rischi (si, anche dopo il Covid-19), che la pre-condizione per distribuire ricchezza sia quella di massimizzare le condizioni per produrla, che il compito della politica sia accompagnare al cambiamento reso ineludibile dallo “shock dei vent’anni”, e non esorcizzarlo.

Ha l’impressione che in Italia qualcuno nella sinistra di governo abbia la stessa tentazione di Grillo?

Che dopo la nostra scissione d’autunno Pd e M5S abbiano accelerato una progressiva osmosi (nella selezione del gruppo dirigente, nella definizione delle posizioni politiche, persino nelle strategie di comunicazione) mi sembra ormai un dato di fatto. Del resto il primo e più entusiasta sostenitore dell’idea di Grillo è stato uno dei più alti in grado giovani (anagraficamente, intendo) dirigenti del Pd, il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Ma non ci vedo nulla di male. Ripeto, si tratta di un’offerta politica che è presente in molti altri Paesi. Anzi, può aiutare la definizione di un quadro più stabile della politica italiana, quando avremo l’emergenza alle spalle.

Con una crisi come quella in arrivo il reddito di cittadinanza è una soluzione?

Come dicevo, occorre intendersi su natura e scopo dell’intervento. Se si tratta di seguire i suggerimenti di Draghi e disegnare un meccanismo temporaneo di ristoro per garantire continuità di reddito a chi è pesantemente colpito dalla crisi (e non ha già strumenti di tutela), siamo d’accordissimo. Se invece si tratta di immaginare che il nostro futuro sia per sempre quello di stare a casa con un gigantesco e rafforzato reddito di cittadinanza (seguendo le sirene antisviluppiste che già erano attive prima di questa crisi), allora non siamo più tanto in sintonia.

Anche lei è convinto come Renzi che le aziende devono riaprire ad aprile?

Beh, se il 30 aprile dovessimo essere ancora in lockdown totale vuol dire che ci saranno stati nuovi focolai ancora più aggressivi, e non ci voglio neanche pensare. Credo che ogni riapertura, ovviamente graduale, debba avvenire solo quando si è ragionevolmente sicuri che l’epidemia si sta avviando a essere sotto controllo. Senza voler portare sfortuna, ma pare che i dati degli ultimi giorni ci dicano che perlomeno la fase di crescita esponenziale è scongiurata.

I dati però sono discordanti, e il sistema sanitario è allo stremo.

Il fatto che ancora non ci siamo non impedisce alla politica di immaginare quella fase (che sarà molto complicata), prepararla adeguatamente, far sì che si svolga in condizioni di sicurezza e che minimizzi il rischio di una nuova crescita dei contagi, e far di tutto affinché fili il più liscio possibile, senza tentennamenti, errori e ambiguità. A me hanno insegnato che il compito della politica è questo, non solo rincorrere gli eventi.

Che road map si immagina per far ripartire il motore economico del Paese nei prossimi mesi?

Sarà un iter complesso, non può essere liquidato in una risposta. Noi diciamo solo che dobbiamo iniziare a preparare quella fase, coinvolgendo in primo luogo virologi, epidemiologi e infettivologhi, ma anche  sociologi (non vorrei trascurassimo le implicazioni sociali e financo psicologiche di quanto sta avvendo). Ho visto che ad esempio l’idea di uno “scongelamento” per fasce di età, a partire dai più giovani, è stata ripresa anche dal sindaco di Milano stamattina in un’intervista. Un paio di giorni fa l’aveva lanciata Renzi, finendo lapidato da certa stampa e da certa politica come accade ogni volta che apre bocca per qualcosa di diverso dal dire “Buongiorno” e “Buonasera”.

Gentiloni ha detto che l’emissione di bond per mutualizzare il debito “non verrà mai accettata” e che bisogna finalizzarla a una missione specifica. È d’accordo?

Indubbiamente questa vicenda sta dimostrando che alcuni paesi UE sono ancora ben lontani dall’idea di fare il prossimo necessario passo dell’integrazione economica, che è la maggior condivisione dei rischi fiscali e finanziari. Io ho sempre pensato che il loro atteggiamento sarebbe cambiato solo a fronte di un forte shock simmetrico dai contenuti non solo economici, perché avrebbe rappresentato quel “game changer” a fronte del quale cambiare finalmente atteggiamento. Ma a quanto pare, mi ero sbagliato.

L’Ue è al capolinea?

La rappresentazione “buoni vs cattivi”, come sempre, è caricaturale. La verità è che dobbiamo fare ancora tutti un grosso sforzo nel trovare un equilibrio tra necessità di maggiore condivisione di rischi e minimizzazione del moral hazard. Che molti di noi diano maggior peso al primo aspetto non può farci dimenticare che esiste una larga parte dell’opinione pubblica europea che invece è ancora preoccupato del secondo. E se la Ue ha un futuro, esso risiede nel non abbandonare gli sforzi per la ricerca di un equilibrio più avanzato tra questi due.

Si parla in queste settimane di un governo di unità nazionale, magari con Draghi a Palazzo Chigi. Voi sareste d’accordo?

Non è il momento di disegnare scenari politici futuri, ma di massimizzare gli sforzi dell’intero arco politico per superare l’emergenza, garantire la piena sicurezza dei nostri concittadini, limitare il più possibile i danni economici e avviare una ricostruzione che ci consenta anche, con l’occasione, di sistemare un po’ di cose che da noi non funzionavano neanche prima dell’arrivo di questo maledetto virus.

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