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“In Italia i 16/17enni residenti sono poco più di 1 milione su 50 milioni di aventi diritto al voto. Al netto dell’astensione, il loro voto peserebbe complessivamente circa il 2%”. Il tweet di Lorenzo Pregliasco (cofondatore di YouTrend e docente all’Università di Bologna) mette a fuoco bene il perimetro di concretezza dentro cui dovrebbe stare il dibattito che si sviluppato in questi giorni sul tema del voto ai sedicenni.

Non è un tema nuovo, ciclicamente ritorna, divide partiti, opinionisti e tifosi, salvo poi scomparire nel nulla in attesa che venga ritirato fuori. Questa volta però due elementi di carattere generale portano a pensare che potrebbe non essere più solo un giro di dichiarazioni ma che l’idea rilanciata questa volta da Enrico Letta possa concretizzarsi: la grande mobilitazione mondiale a favore dell’ambiente che ha coinvolto giovanissimi ovunque con un ruolo da protagonisti attivi; la quasi totalità dei partiti che in Italia si è detta favorevole a questa novità. Soprattutto, sono due gli elementi (fortissimi) che hanno allargato il fronte dei favorevoli a questa ipotesi: a) la necessità di coinvolgere in maniera strutturale e con responsabilità le nuove generazioni, l’alternativa è perdere contatto con la realtà dei nostri tempi e con la componente anagraficamente più fresca della società; b) la crescita di una nuova consapevolezza che distingue i giovanissimi di oggi da quelli delle generazioni precedenti, non ammettere questa evidenza e amalgamare in un indistinto “i giovani hanno sempre protestato per grandi idealità, è il loro mestiere, ma oltre la protesta nulla più” è un errore di lettura del mondo di oggi, su scala globale e locale.

Molti analisti – giustamente – raccontano di un’Italia al bivio, tra il chiudersi dentro se stessa o aprirsi ad una stagione da più parti chiamata di “nuovo rinascimento” che veda nuova coscienza e responsabilità diffusa. Su questa seconda strada si posiziona la scelta di far votare i portatori di nuove idee e visione del mondo (che altre generazioni stanche, non riescono più ad avere) con il compito di far scegliere anche a loro chi li rappresenta, responsabilizzandoli in prima persona. Non si tratta solo di appellarsi alle grandi motivazioni ideali ma anche di leggere la realtà dei dati: oltre Pregliasco, segnalo anche Alessandro Rosina dell’Università Cattolica che fa notare come “solo 19 anni fa gli over 65 erano 10,6 milioni, oggi gli ultrasessanticinquenni sono 13,8 milioni e gli under 34 che hanno diritto al voto sono 10,7 milioni, vi è la necessità di evitare – conclude Rosina – che per le nuove generazioni si accentui la perdita di peso alle urne”, soprattutto quando si tratta di temi e argomenti sui quali è giusto che i più giovani abbiano possibilità di far sentire la loro voce su ciò che inciderà nella prospettiva lunga.

Qualche anno fa ero tra i contrari, oggi guardando a quanto appena scritto, ne sono a favore. Segnalo piuttosto tre aspetti che andrebbero affrontati subito se si dovesse decide di avviare la riforma che permette ai giovanissimi di votare. Tre fattori che siano “contrappeso” a questa decisione e che evitino che tutto si risolva con slogan facili, toccando invece tre aspetti concreti e funzionali. La prima: accantonare la riduzione del numero dei parlamentari. E’ una contraddizione che diventa una presa in giro, come dire “votate, votate, tanto mica decidete; figuratevi si riuscite ad essere eletti”. Ci si lamenta che non si interessano perché non hanno possibilità di dire la loro: diamogli questa occasione, responsabilizziamoli ma non creiamo l’aspettativa di poter entrare nelle istituzioni politiche per cambiare le cose se poi disegniamo Parlamenti sempre più stretti e di fatto poco accessibili per chi non ha alle spalle risorse, visibilità ed organizzazioni che permettano di stare in sfide elettorali difficili. La seconda: mentre si discute del livello nazionale, si autorizzi da subito i 16enni a votare per Comuni e Regioni; sono le loro comunità, i luoghi in cui vivono e studiano. Le conoscono e già se ne occupano con consulte e comitati. Facciamoli entrare nei luoghi della decisione senza chiuderli nel recinto dell’associazionismo, una ventata di aria nuova per tematiche come mobilità, pieni commercio, attrazione investimenti, nuove politiche. I Comuni sono già oggi il livello istituzionale che vede sia in assoluto che in percentuale il più alto numero di giovani in ruoli di responsabilità, allarghiamo ancora di più questa platea di decisori facendo misurare i giovanissimi con la concretezza dei problemi quotidiani. La terza: aumentare del 10% l’investimento strutturale in scuola e formazione con particolare riferimento alla lotta a dispersione scolastica, bullismo, investimenti nelle periferie. Impegnando risorse nei luoghi dove devianza e bullismo trovano spazi.

Penso che il voto ai sedicenni possa avere un senso. Ma che debba stare dentro un contesto che dia però senso compiuto a questa scelta. Se ne parla da anni ma sempre affrontando la riflessione sul versante della convenienza elettorale e non della lungimiranza democratica e dell’investimento sociale. Come detto non la pensavo così e se guardo ai miei motivi di contrarietà degli anni passati ne trovo di alcuni ancora validi ma se bisogna mettere sui due piatti della bilancia il “perché si” ed il “perché no”, il peso dei motivi a favore oggi ha più forza. E rispetto a chi dice “sono troppo giovani non si interessano di cose concrete ma solo di grandi idealità”, dico: chi si interesserebbe a cose sulle quali la tua opinione non ti viene mai chiesta?

Probabilmente inizieranno percorsi di impegno anche nuovi politici e aumenterà la competition con i più esperti e allora a qualcuno tornerà in mente l’adagio che “dell’esperienza dei politici di esperienza abbiamo già fatto esperienza e non sempre è stata una bella esperienza”. Al netto della semplificazione (e demagogia) di questa frase, c’è un fondo di verità.

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